venerdì 21 giugno 2019

Perché non serve solo essere "brave persone"

Recentemente mi è capitato di vedere una delle ultime puntate di “Otto e mezzo”, programma quotidiano di politica e approfondimento giornalistico condotto da Lilli Gruber, quest’ultima, agguerrita e sempre pronta a smuovere i vari ospiti, incalza Alessandro Di Battista, uno degli esponenti più importanti e noti del Movimento 5 Stelle che, invitato nella trasmissione, coglieva l’occasione per promuovere il suo nuovo libro “Politicamente Scorretto” in cui non risparmia critiche al panorama politico italiano, inclusi i suoi stessi compagni.

Ciò che più mi ha colpito dell’intera intervista, dove tra gli ospiti figura anche Alessandro De Angelis de “L’Huffington Post”, è la grande retorica messa in atto. Retorica che sembra essere sempre di più una delle caratteristiche fondamentali che accompagna ad ogni livello la politica. Ed è così da tempi antichissimi, basti pensare ai sofisti, maestri in questa disciplina, che molto spesso veniva usata per fini politici. 
Tuttavia, calata ai giorni nostri, sembra quasi che più uno si sa “vendere bene” a parole, più attacca sul terreno fertile dell’elettorato che, spesso e volentieri, e aggiungerei in molti casi giustamente, vorrebbe che le decisioni, le leggi, il mondo parlamentare e politico si esprimesse in modo più chiaro e leggibile. A proposito di questo concetto mi viene in mente una frase del film satirico di  Riccardo Milani con Claudio Bisio, “Benvenuto Presidente”, dove lui, nominato accidentalmente Presidente della Repubblica, si trova costretto a svolgere la burocrazia connessa al suo ruolo, ma studiando le leggi e non trovandole comprensibili decide di non firmarne nessuna fino a quando non saranno facilmente leggibili da un qualunque cittadino, procurandosi la standing ovation dell’intero pubblico che gli si era radunato intorno:

Mio nonno mi ha sempre detto 'Peppino, se non capisci una cosa, non firmare!' Anche perché le leggi le hanno fatte per noi, ma se non le capiamo come facciamo a rispettarle? Anzi, sai cosa faccio io? Finché non trovo una legge chiara io non firmo una legge!
[Benvenuto Presidente, 2013]

In questo modo però si rischia di cadere nella falsa retorica di coloro che si vogliono mostrarsi semplici nel linguaggio ma che, nel parlare e parlare, o non dicono nulla di concreto o manipolano ciò che dicono in proprio favore, e se una persona non riesce a cogliere criticamente il messaggio, finisce in un circolo vizioso di disinformazione che si autoalimenta. 

Ritornando all’intervista di partenza, c’è un altro aspetto importante che sottolinea anche la scelta del mio titolo. Ad un certo punto la Gruber sprona Di Battista a considerare l’oggettiva perdita di voti dei 5 Stelle alle Elezioni Europee 2019 ottenendo come risposta un’affermazione che tende a sottolineare, a mio parere, l’instabilità del Movimento. Di Battista afferma che sia vero che loro le strategie parlamentari e alcune cose riguardanti il mondo della politica non le sappiano fare, ma tende a considerare queste mancanze come il frutto del loro giovane percorso al governo, aggiungendo poi che i membri del Movimenti si propongono “nella vasca di squali della politica italiana…” come “…brave persone che si sono rinchiuse nei Ministeri tentando di risolvere una serie di problemi”
A questo punto Lili Gruber lo pone di fronte alla realtà dei fatti pronunciando queste testuali parole: "Lei non mi può dipingere i rappresentanti del suo partito come delle brave persone che sono un po' come 'Alice nel paese delle meraviglie': se siete così non vi candidate a governare. Studiate prima, poi forse andate al governo”.

Credo che sia importante concentrarsi proprio su quest’affermazione che, sempre secondo il mio parere, non voleva essere una semplice critica, ma un invito e un’osservazione fondamentale che riassume un concetto molto importante, ovvero che per raggiungere diverse posizioni, per ricoprire certi ruoli e, soprattutto, per amministrare uno stato con milioni di cittadini, bisogna essere competenti e preparati e non basti essere brave persone. 
Non è un discorso che vuole essere discriminatorio o classista, è qualcosa che secondo me dovrebbe essere giusto, per il bene di tutti, del paese in primis: io posso essere la migliore delle persone in terra, ma se non sono in grado di fare una determinata cosa non mi propongo per farla, o se mi voglio davvero proporre e non sono preparato faccio di tutto pur di poterlo diventare, e questo implica studiare, approfondire, confrontarsi e spendere tempo e fatica per migliorare la propria conoscenza nel campo.

Questo concetto si applica perfettamente alla politica, ma potrebbe essere fatto a livello di occupazione normale: è brutto da dire, ma è vero, se uno ha le giuste carte in tavola ed è competente, arriva dove vuole arrivare, poi sicuramente incide anche la fortuna, ma è una percentuale molto bassa. 
Mi viene in mente un intervento fatto al Tedx Bologna 2015 da Marcello Mancini, imprenditore ed esperto di formazione, che sottolineava l’importanza di questo paradigma: “O ti formi o ti fermi”. 

È troppo facile reclamare tutto solo perché si è brave persone. Non sto affatto sostenendo la tesi di cui alcuni si fanno paladini secondo la quale chi studia, chi fa l’università ha diritto di default a posizioni agevolate e di spicco, sostengo però una sorta di principio di giustizia che fa si che, chi davvero sa, raggiunga ciò per cui ha studiato e si è specializzato, non per grado accademico o “pezzi di carta”, anche, ma perché venga riconosciuto il merito a chi ce l’ha e non si appiattisca tutto. Perché sapere e ignoranza, a livello lavorativo soprattutto, non sono e non devono essere la stessa cosa, altrimenti si alimenta l’idea che non serva fare bene, non serva impegnarsi e studiare perché tanto si può arrivare lo stesso, tutti al pari di tutti, e si svilisce il merito di chi è altrettanto “bravo”, ma ha i numeri in più, e non si vede riconosciuta questa qualità a discapito di altri.





sabato 8 giugno 2019

When They See Us: la legge è davvero uguale per tutti?

Giugno 2019, piena sessione estiva, dovrei pensare a preparare gli esami che mi rimangono per tenermi l’estate più libera possibile, ma poi spunta lui, il simpatico signor Netflix, che mi offre su un piatto d’argento una delle serie che più ho apprezzato quest’anno. When they see us. 
Così, in fretta e furia, consigliata anche da una mia amica, decido di cominciarla e nel giro di due giorni, seppure a fatica, me la divoro.

When they see us miniserie in 4 episodi, ideata e diretta da Ava DuVernay, prodotta e distribuita da Netflix nel maggio 2019 racconta le vicende reali di un gruppo di 5 ragazzi che si ritrovano ingiustamente immischiati in un caso di stupro avvenuto a Central Park nel 1989.
Il caso di cronaca lo si può trovare online e riguarda una giovane Jogger bianca, Trisha Meili, ritrovata in fin di vita dopo un violento attacco fisico. La serie analizza l’andamento del processo e delle indagini proponendoci una visione introspettiva dei 5 punti di vista principali.

È una sera come tante altre a New York, e un gruppo di ragazzi appartenenti al quartiere di Est Harlem si ritrova a Central Park per stare insieme, tra di loro Kevin Richardson, Antron “Tron” McCray, Yusef Salaam, Raymond Santana jr e Korey Wise. Come spesso succede però, ci sono individui più esagitati, atri più tranquilli, giovani di età diversa, qualcuno molto piccolo, e per farsi vedere alcuni cominciano ad infastidire ciclisti provocando un po’ di disordini, tanto che la polizia decide di intervenire, fermando e arrestando alcuni tra i ragazzi presenti, in particolare i cinque succitati che vengono portati al distretto dove sono tenuti svegli tutta la notte. Contemporaneamente alla retata, viene trovato il corpo di una giovane donna nella parte nord del parco, partono le indagini e il procuratore che si occupa del caso, Linda Fairstein, pensa che i ragazzi possano essere testimoni dei fatti avvenuti quella notte salvo poi assumere definitivamente l’idea che dovessero essere stati proprio loro a compiere l’assalto e lo stupro della Jogger. E così, nella sua totale (in)sicurezza dei fatti, dopo un interrogatorio ininterrotto durato più di 40 ore, senza avvocati né genitori, e i ragazzi quell’epoca avevano tutti tra i 14 e i 16 anni, estorce loro confessioni inventate, registrandole per usarle al processo dove l’avvocato dell’accusa, Elizabeth Lederer, fa condannare i cinque al massimo delle pene previste che sconteranno tutti in riformatorio, ad eccezione di Korey Wise, unico sedicenne, che sarà costretto al carcere per adulti subendo violenze e maltrattamenti da parte dei detenuti. Soltanto nel 2002 il vero responsabile del crimine decide di confessare e i cinque vengono dichiarati innocenti e ripagati per le ingiustizie subite.

Fino a qui potremmo considerare questo caso come l’ennesimo verdetto che incastra innocenti e scagiona i responsabili veri e propri, ma c’è una caratteristica fondamentale che non può essere trascurata e che è alla base dell’intera vicenda, la pelle, o meglio, il colore della pelle e l’etnia di provenienza dei 5 ragazzi. 




Afroamericani, ispanici, neri. 

Combo eccezionale per affrettare una sentenza senza prove sufficienti, senza che ci sia una corrispondenza reale tra i campioni disponibili, senza ammettere che le verità pronunciate dalle bocche dei giovani di vero hanno ben poco, solo i segni delle botte ricevute in centrale e la paura negli occhi per un destino che non si conosce.
Ma possibile che nessuno di coloro che si era occupato del caso si fosse accorto che non era andato proprio così?
Non erano servite le ricostruzioni sbagliate, le presunte zone di Central Park, descritte come luogo dell’assalto dai ragazzi, che erano a centinaia di metri di distanza dal punto preciso, le continue contraddizioni di persone che non si conoscevano nemmeno tra di loro, perché quesi giovani non si conoscevano salvo qualche eccezione.

No. A niente è servito questo. A niente è servita la verità.
Perché se un paese ti educa a guardare in un certo modo le persone, se ti fa passare come normale che siano loro, “quella gente”, a commettere omicidi, stupri e aggressioni, se un paese preferisce chiudere il caso in fretta e furia senza ulteriori accertamenti, sei portato a crederlo, e puoi raccontartela quanto vuoi, puoi sbandierare che sei democratico e difensore dei diritti, ma sarai solo un ipocrita. 
Tra le altre cose, compare anche un ben più giovane Donald Trump, fiero paladino e portavoce di coloro che avrebbero voluto ri-istituire la pena di morte nello stato di New York per criminali come i “cinque di Cental Park”, peccato che molto spesso la tanto desiderata pena di morte, che qualcuno vorrebbe riportare anche in Italia, mieta solo vittime innocenti e non allevi la sofferenza della vittima iniziale. Ma chissà se mai riusciremo a capire che occhio per occhio, dente per dente, non è una buona forma di civiltà.



When they see us sbatte in faccia la cruda realtà contemporanea ancora ai giorni nostri, il dolore di quei ragazzi che mai avevano infranto la legge e, si presuppone data la giovane età, non avessero mai toccato una donna in vita loro, lo strazio di famiglie ridotte all’osso solo per dimostrare la loro innocenza e per rivendicare a gran voce la fine di una guerra invisibile che serpeggia nei confronti di chi non è standard, di chi è diverso. 

L’intolleranza e la voglia di segregazione razziale inaspriscono il sistema giudiziario che dovrebbe essere quantomeno imparziale, oggettivo, concerto e onesto. La legge è uguale per tutti? Sì, certamente, ma forse, per citare George Orwell, “Gli animali sono tutti uguali. Ma alcuni sono più uguali di altri”.

Questa serie mi ha ricordato molto le vicende di Ruth Jefferson, protagonista del libro Piccole Grandi Cose, di cui un giorno forse parlerò, accusata ingiustamente per un crimine mai commesso soltanto perché nera e perché, per l’America delle mille contraddizioni, non può essere stato altro che così.



Imagine - John Lennon

domenica 2 giugno 2019

STYX(2018): restare umani nella tempesta è l'unica soluzione

Ci sono film che ti trafiggono alla prima visione, passano per la mente e raggiungono il nostro IO più intimo perché colpiscono la nostra umanità. Siamo uomini, donne, anziani, bambini, ma tutti quanti possiamo e dobbiamo essere umani.
Ma cosa vuol dire essere umani?
Vuol dire essere empatici e disponibili? Vuol dire mettere chi più in difficoltà prima rispetto a noi? Vuol dire non avere paura di perdere il lavoro? Vuol dire affrontare un ostacolo che sembra più grande e forte?
Essere umani significa tutto questo e molto di più.

Se ci trovassimo in mare aperto e avessimo sopportato una tempesta così violenta da farci temere per la nostra vita, avremmo il coraggio di salvare qualcun altro che ha patito la stessa tempesta ma la vita rischia di perderla sul serio?

In questo periodo storico si parla tanto, in Italia così come in Europa e altrove, di chiudere i porti, di preservare i nostri poveri, “pensiamo a loro per primi” dice qualcuno, evitando così di crearne di nuovi, come se quasi ci facessero schifo queste persone che per volontà di cose sono costrette a partire. Ma saremmo davvero in grado di voltare così facilmente le spalle alla nostra umanità?
Credo che in una situazione limite del genere anche la persona più insensibile si cruccerebbe sul da farsi perché il suo intervento o meno può determinare la vita o la morte di centinaia di persone, una sorta di Ponzio Pilato del 2000. Come faccio io a non pensare alle conseguenze del mio NO?

È vero la barca a vela è piccola, sono un medico, sono attrezzata ma sono sola e sto cercando in tutti i modi di contattare chi di dovere per farmi dare una mano perché è umanamente difficile restare a 150 metri a guardare un peschereccio naufragare lentamente. Ed è ancora più terribile sentire le urla delle persone e poter immaginare i loro occhi, vuoti e disperati, riflessi in quelli dell’unico bimbo cui ho prestato soccorso che mi aggredisce chiedendomi risposte e parole che non ho.
Come si fa a far finta di niente?
Non è facendo morire la gente in mare che risolvo un’emergenza reale, SALVARLI è da umani, salvarli vuol dire non lasciarli affogare in mare stipati gli uni sugli altri, ustionati, stremati e distrutti.
Salvarli non vuol dire per forza accoglierli. Si può essere d’accordo o meno sull’accoglienza, e sono la prima a credere che sia necessario un cambiamento per quanto riguarda l’integrazione e l’accoglienza perché il lavoro che stiamo facendo ora non è abbastanza e per farlo ci vorrebbe la collaborazione di tutti, ma salvarli dovrebbe essere imprescindibile proprio perché siamo umani e dobbiamo restare umani anche davanti alle difficoltà. 
Non è questione di consensi o voti, di partiti destri e sinistri, è questione di mettere la mia vita su un barcone come quella di un altro e di considerare me fortunata ma non una privilegiata che si deve mantenere lontana da tutti e tutto.

STYX è una storia umana, una storia che può succedere ad ognuno di noi. Per la regia di Wolfgang Fischer e l’interpretazione di Susanne Wolff  e Gedion Wekesa Oduor nei panni della dottoressa Rieke e del bimbo Kingsley, presentato al 68° festival internazionale del cinema di Berlino, è un film nudo e crudo nella sua rappresentazione dei fatti che non risparmia nessuno.


Susanne Wolff, in una scena dove cerca contatti con la Guardia Costiera pronuncia questa frase molto potente: 

“Ho capito. Ma non me ne vado”

Questa semplice affermazione è di fatti la chiave dell’aiuto reciproco, nonostante ci venga ordinato di non intervenire, di allontanarci, si cerca in qualche modo di restare anche solo a sorvegliare che la situazione non peggiori. Vegliamo sulla vita di qualcun altro per aiutare anche la nostra.

Ho detto all’inizio, riferendomi a questo film, che alcune pellicole trafiggono, lo fanno perché ti fanno sentire impotente o ti lasciano la sensazione di non stare facendo abbastanza per migliorare la situazione e ti indeboliscono perché creano una connessione tra me, spettatore, e loro interpreti, ma in senso lato creano un legame tra me e chi è realmente in quella condizione.
È un circolo vizioso alimentato da quel sentimento che spesso ci dimentichiamo di avere, l’empatia, che fa si che noi possiamo provare a vivere da umani e non da bestie. 

L’empatia fa si che non siamo portati ad occuparci solo del nostro orticello per paura di perdere anche quello; a volte abbiamo bisogno di aprire gli occhi e uscire dal nostro recinto sicuro per comprendere che non siamo soli al mondo e che si può restare umani in ogni situazione.



🎵 Apriti cielo di Mananrino

giovedì 23 maggio 2019

Cogito Ergo Sum: sulla scuola e il pensare.


Ho sempre avuto la fortuna nella mia carriera scolastica, cosiccome in famiglia e tra gli amici, di poter discutere senza sentirmi in dovere di trattenere le mie idee o determinate posizioni a proposito di argomenti più svariati. Questo perché chiunque avesse più esperienza di me, i miei genitori e gli insegnanti/educatori in primis, mi ha sempre insegnato che i valori più importanti per affrontare al vita sono umiltà, ascolto e capacita di argomentare. Sopra questi, a tendere il filo di tutto il gioco, il pilastro fondamentale di una società democratica propriamente detta, il pensare con la propria testa. 
Quante volte, soprattutto al liceo e da mio papà, mi è stata ripetuta questa frase: “pensa con la tua testa, non farti influenzare da ciò che dice il gregge, perché spesso la massa non sostiene il vero, ma l’utile ai propri interessi”.

Potevo non essere d’accordo con qualcuno, è capitato e capiterà ancora in futuro, ma la vera fonte di crescita, soprattutto tra noi giovani, sta nel confronto, nel riconoscere che non tutto quello che pensiamo o assumiamo per vero sia realmente tale. 
Per questo motivo è utile manifestare, ma lo sarebbe altrettanto creare occasioni di dialogo e confronto tra persone che non condividono lo stesso pensiero e che, purtroppo, nella nostra era sociale, trovato come unico spazio internet, avvalendosi, in molti casi, di armi di difesa e di supremazia come l’insulto, la voce grossa, la censura e quant’altro.

Grazie alla miriade di proposte online, tempo fa mi sono imbattuta in un format su YouTube molto interessante: si chiama “Middle Ground” (terra di mezzo), realizzato dal canale Jubille, porta in scena video-dibattiti sui temi più disparati, ma anche più discussi (dal conflitto palestinese, alla questione vaccini, e allo scontro generazionale figli/genitori), permettendo a gruppi di persone, che generalmente vedremmo come opposte a prescindere, di rispondere liberamente a domande inerenti al tema. In questo modo su una domanda si possono trovare d’accordo persone appartenenti a gruppi diversi che, sia se d’accordo sia se in disaccordo, si trovano a dover fronteggiare gli altri argomentando la propria tesi, creando di fatti un’occasione fertile di crescita e d’incontro.

Il pensiero non è privato, non ci rende isole a sé stanti gli uni dagli altri, e ora che sto studiando comunicazione me ne rendo sempre più conto, certamente è soggettivo, ma riguarda anche la sfera oggettiva nell’ottica di proporre soluzioni, e migliorare la società di cui volenti o nolenti facciamo parte tutti quanti. Pensare non ha colore, non ha età, non ha e non deve avere posizione politica o ideologica nel senso che non deve limitare la possibilità di dissenso e non deve essere associato al giusto o sbagliato di una fazione: si può essere di destra o di sinistra ed essere persone calibrate, disposte a rivedere le proprie posizioni e ad affrontare le situazioni con senso critico e razionale. Cosìccome non lo si può essere affatto da entrambe le parti. In quest’ottica, pensare è ciò che mi permette di esprimere accordo su quello che dice X, ma magari, confrontandomi con un sostenitore di Y, approfondendo e lasciandomi incuriosire, posso arrivare alla conclusione che pur appoggiando X, anche un piccolo punto di ciò che dice Y può trovarmi coinvolto nonostante io generalmente sia fortemente in disaccordo con quest’ultimo.

Pensare con la mia testa è ciò che mi rende una persona a tutti gli effetti.

COGITO ERGO SUM affermava Cartesio. Il fare sanno farlo anche le macchine, ma tra il dire e il fare c’è di mezzo il pensare, che è proprio solo di noi umani anche se a volte ce lo scordiamo.

Quindi ben venga il confronto anche acceso, con le armi più potenti che possediamo: libri, parole, informazione, cultura.
Ben venga non essere d’accordo e protestare, a patto che si sia consapevoli del perché una cosa non ci abbia convinto.
Ben venga proteggere ed esprimere dissenso in modo educato e per crescere.
Ben venga educare noi ragazzi che il passato non è solo passato e la storia non è solo storia che non si può ripetere e rimane arginata tra quattro paginette da leggere su un libro. I “corsi e ricorsi storici” non sono solo una favoletta alla base della filosofia di Vico, la storia è passato ma può essere anche presente e condizionare il futuro in cui vivremo. E si può insegnare a conoscere la storia e a preservare la memoria storica di un paese solo con il dibattito, con un lavoro di ricordo e  di analisi critica del presente e in che luogo migliore lo si può fare se non a scuola?
Ben venga la scuola che incoraggia e aiuta il dialogo, il conflitto costruttivo, l’inclusione e che istruisce noi giovani al rispetto dell’opinione e del pensiero altrui per non obbligarci a piegarci ad un pensiero unico che appiattisce tutto.
Ben venga fermarsi, a qualsiasi età e in qualsiasi contesto sociale, e dire “non lo so” davanti a ciò che non conosciamo, o chiederci “perchè?” davanti a qualcosa che non ci convince. Se non ci poniamo dubbi, non solleviamo domande, diventiamo solo passivi e pronti ad accettare tutto quello che altri vorranno farci abbracciare.

È per questo motivo che in questi giorni, io ieri, studenti, giovani, insegnanti, siamo scesi in piazza come segno di solidarietà nei confronti dell’insegnante sospesa a Palermo per il lavoro dei suoi alunni che aveva fatto un paragone in una slide tra le passate leggi razziali del ’38 e il presente Decreto sicurezza, che ha sollevato l’attenzione anche dell’ONU per le sue posizioni ritenute a tratti contro i diritti umani.
 Eravamo lì perché uno stato dovrebbe incentivare il pensiero e il dibattito politico non esserne intimorito. E con lo stato la scuola che, anche se più vicina ad una monarchia costituzionale che ad una democrazia, ha il dovere di insegnare a pensare a 360° per essere, per quanto possibile, autonomi e immuni da strategie di persuasione che ci vorrebbero tutti uguali, seguendo le orme del Grande fratello di George Orwell(1984).

“La scuola non deve insegnare pensieri
Deve insegnare a pensare”

O Plutarco:

“I giovani non sono vasi da riempire, ma fiaccole da accendere”


Se queste semplici frasi non vengono rispettata siamo finiti, e per citare l’amatissimo e contemporaneo “Game of Thrones” (“Il trono di spade”), “L’inverno sta arrivando” e rischiamo di non rendercene nemmeno conto.

striscione dalla manifestazione del 22/05/19 di Genova
You're not the only one - Lukas Graham

giovedì 16 maggio 2019

Oceano mare


TERRA
C’è un’idea di terra
Che accomuna il mondo.
Quella della scoperta e del rispetto.
E non può esserci rispetto dell’altro
Se non si prova a conoscerlo.
La musica tende sempre la mano verso il diverso 
Ed è la buona metafora del viaggio.
E se viaggio è scoperta
La terra ne è l’essenza
Luogo di tutti e da tutti calpestato
In rotte vicine e lontane

(Paolo Fresu - poesie jazz per cuori curiosi)

Ho navigato tanto per mari più calmi o meno, ricordo il profumo penetrante sul ponte di comando mentre passeggiavo per passare il tempo. Infinito e sfiancante tempo che sembrava non voler passare. Non mi dava tregua il ticchettio dell’orologio in tasca, lo stringevo e mi sembrava di tornare sempre al giorno della mia partenza. Quanto era passato da quella mattina? Ore, interminabili ore. Forse giorni o magari settimane, e che ne so io? Lo vorrei sapere, ma ogni giorno qui è tutto uguale, ovunque mi giri vedo solo mare. E poi mare, mare, mare e ancora mare.
Forse non sarei dovuto partire, non avrei dovuto lasciare la mia casa, i miei affetti, i ricordi sorridenti di un’infanzia passata l’altro ieri.
Ricordo la stretta di mio padre, un abbraccio durato qualche istante, carico di emozioni, paura, dubbi, carico di parole che non ci siamo detti mai. Mia madre che piangeva, io che non volevo andare, la porta chiusa alle spalle e una valigia piena.

Una sola valigia.

La mia vita chiusa tra quei ganci ed una nuova che mi sarebbe apparsa da lì a poco.
Ricordo l’agitazione, l’euforia, i documenti che non avevo mai fatto vedere a nessuno prima di quel giorno. Un passaporto che non ero sicuro di avere. Gendarmi alla dogana che mi scrutavano dall’alto, mi scostavano i lembi del cappotto. Cosa mai penseranno di trovarci è una domanda che mi assilla per tutto il tempo. Mi lasciano passare, e come me altri cento, e altri cento fino a che la nave non è piena. Facce stanche, curiose. Bambini che corrono, accenti diversi, lingue diverse. Non pensavo che in uno stesso paese si potessero parlare così tante Lingue.
Mi tolgo il cappello, saluto, agito le braccia. Cerco nella folla sulla banchina mia sorella, l’unica che è venuta proprio fino alla fine, l’unica che ha il coraggio di lasciarmi andare completamente.
Ma ho promesso che scriverò non appena arrivo, che lancerò un grido talmente forte che lo sentiranno anche loro e allora sorrideranno perché ce l’avrò fatta,. Sorrideranno perché sarò in America.
In America, uno come me, uno come i tanti he stamattina fissano il mare muti in cerca di risposte.
America. AMERICA.
Sembra una parola così lontana, un grido silenzioso che mi rimbomba in testa.

La “vita nova” scrisse Dante, è ciò che cerco io là; vita diversa da quella che ho qui, vestiti diversi, città diverse. Tutto un mondo diverso da quello che mi lascio alle spalle.

È questo quello che penso mentre il cielo imbrunire e si alza il vento, mi sbatte un po’ ovunque, non sono coperto abbastanza, ma la mia preoccupazione è il cappello. Se mi vola via poi come faccio? Non accetteranno mai uno che ha perso il cappello in mare. Me lo tolgo e lo stringo forte al petto, lo annuso, profuma di sale o sole, di sapone per i panni che si usava a casa. I profumi, gli odori, anche i peggiori, saranno ciò che mi terrà ancorato alle mie radici.
L’acqua riflette la luce pallida di uno spicchio di luna, all’orizzonte forse c’è tempesta, non vedo stelle ma bagliori.
Quanto manca? Sono stanco.
Attorno a me rumori concitati, gente che sale e scende scale, cominciano i pianti.
Cosa succede? Moriremo qui? Su questa barca carica di sogni e di speranze?
Un tuono mi smuove dentro. Tremo e sento gli occhi inumidirsi.
I bambini si stringono alle madri che cercano di consolarli.
Dove sei mamma? Perché sono solo in questo mare, solo insieme ad altre centinaia di persone sole. Vorrei qualcuno ad abbracciarmi.
Schizzi salati saltano e mi bagnano i piedi, il mare si sta ingrossando, si agita e noi con lui.
Una schiera di anime mi affianca, sento gli uomini bofonchiare tra loro, si offrono una sigaretta. Ridono, o meglio, sorridono. Cosa c’è di così bello nell’affrontare la morte con il sorriso?
Io non voglio morire. Lo penso ad alta voce, uno di quelli si gira e mi offre un mozzicone malandato. Morire? E perché mai dovremmo morire proprio ora che siamo arrivati?

TERRA!
Sento ruggire da lontano.
TERRA!
Lacrime calde mi accarezzano le guance glabre.
TERRA!
Si scatena l’agitazione più totale. Le donne agitano i fazzoletti in direzione sconosciuta. Si levano le mani al cielo, da destra a sinistra. Si prega il Dio che ci ha fatto arrivare dopo tanto tanto tanto mare.

Eccola là, una lingua sottile più scura della notte, e migliaia di finestre illuminate a giorno come lucciole. Il faro ci guida sicuro in porto.

Terra, sussurro, e il mio pensiero corre a casa. L’America è davanti a me e, domani o tra qualche ora, ci poserò sopra i piedi anche io.

Vita nuova mi aspetta ion terra straniera, 
Gente che parte e non tornerà più indietro. Lo pensiamo tutti.
Vita nuova, cominciata su questa nave, tra l’ondeggiare e ondeggiare del mare. E la speranza che trabocca dal cuore di ognuno.
Vita nuova, ci divide su due file, un passo avanti ed uno indietro. Dottori in camice bianco, polizia che parla difficile, io non capisco e ho paura.
Vita nuova, Ellis Island, comincia da esule della mia terra e finisce come parte di qualcosa.

Vita nuova, mi aspettavo tutto, ma quanta fatica mi ci vuole, non vado bene, peso poco, sono malato, sporco, sono un criminale? Me lo chiedo anche io. Scappato da casa per qualcosa che non avevo e ora sono qui con niente in mano. Solo con un pezzo di carta e un braccio che mi indica di proseguire dritto lungo la strada che entra in città.

Vita nuova, mamma, tu che non mi avresti voluto lasciare partire, ora guardami con le bretelle nuove e un sorriso felice.

Vita nuova, papà, non sai quanto mi pesi essere italiano.




Woodkid: Land of All






sabato 11 maggio 2019

Quattro chiacchiere con i Santamaria: musica, progetti futuri e risate

I Santamaria sono una band punk di Genova composta da quattro ragazzi: Giuseppe, Gabriel, Ian e Danilo che ho avuto il piacere di incontrare e con cui ho scambiato quattro chiacchiere, tra musica, passioni e opinioni sull’ambiente underground genovese. 
Vi invitano al loro live, il 25 Maggio 2019, al lsoa Buridda, per il lancio del loro album d’esordio. 
  1. Com’è nata la band e perché vi chiamate Santamaria?
È nata l’anno scorso per caso, perché avevamo un altro gruppo a parte sempre noi tre (Ian, Gabriel e Giuseppe). Abbiamo detto facciamone uno serio, abbiamo lasciato le rispettive vecchie band e ci siamo messi insieme. Ho chiesto Giuse e ad Ian e mi hanno detto va bene, ho beccato Danilo in facoltà e gli ho chiesto se volesse fare il bassista in un gruppo e lui ha accettato. Inizialmente avevamo pensato di fare uno stile punk diverso rispetto a quello attuale, avevo mandato loro alcune tracce. Per quanto riguarda il nome, nessuno aveva idee, io ho detto Santamaria così a caso. Suonava bene e ci è piaciuto, Il bello è che l’ho semplicemente scritto sul gruppo whatsapp ed andava bene così. Piace a tutti, e quando nessuno ci conosceva, ci dicevano “però, bel nome!”

2) Tre parole per descrivere la vostra band?

A detta loro: sole, cuore e amore. E stupida tra parentesi.

3) Com’è stato registrare questo album? Avevate mai registrato prima? 

“Io avevo registrato un pezzo con una band, però tutta un’altra cosa” dice Giuseppe, il batterista. Come Santamaria abbiamo registrato 2 pezzi per conto nostro, giusto per provare, prima di prendere seriamente l’idea di incidere un album. “Poi tutto è nato da un live dell’altro gruppo dove suonavamo, c’era lui (Gabriel) tra il pubblico e gli ho detto di salire” attacca Ian, uno dei chitarristi. “era finito il concerto e abbiamo fatto quella che sarebbe diventata la nostra prima canzone, arrangiandoci un po’ ed è piaciuta. Piano piano abbiamo, continuando a suonare live, ci siamo fatti conoscere”. Da lì la Flamingo (etichetta indipendente che possiede anche uno store in piazza delle Vigne) ci ha notato e  ci ha proposto di produrci il cd.

4) Quanto è importante per una band underground come voi suonare live?

Suonare live è tutto perché ti fai conoscere, poi come viene viene, cerchiamo sempre di suonare al meglio ma a volte può succedere di non riuscirci. A Genova non puoi esibirti troppo spesso peoichè la gente ai concerti è sempre quella e si rischia che non ti vengano più a sentire.

5) Se dovete suonare in un locale, vi contattano loro o siete voi a proporvi?

Ora sì, ci contattano loro, però all’inizio era brutto, perché pensavamo che bastasse scrivere alla gente. Alla fine però non si faceva avanti nessuno. Il primo live che abbiamo fatto è stato ai Bagni Liggia, in una serata assurda: abbiamo aperto ai Labradors (erano la guest band insieme agli Endrigo), una band punk veramente brava che ha aperto il concerto anche ai Fidlar che sono famosissimi, già lì è salita l’autostima e l’emozione. La live in realtà è stata un po’ un flop, non la riusciamo più a vedere però da lì hanno cominciato a contattarci e noi continuavamo a farci conoscere anche tramite facebook

6) Eventi prossimi?

Suoniamo al Buridda il 25 maggio, all’Adescite spring fest. Release party del nostro album. E siamo molto contenti di parteciparvi perché è il simbolo dell’underground a Genova.

7) Quali sono i vostri riferimenti musicali?

Ognuno ascolta musica diversa, tutti abbiamo una buona base musicale, gli album considerati monoliti li conosciamo, molto dipende da cosa stai ascoltando in quel momento. Ci dicono che suoniamo un po’ come Descendents, come NOFX e come gli Husker du. Però alla fine non è che il disco l’abbiamo fatto ispirandoci a loro, è nato proprio così.

8) Come descrivereste il punk ad una persona che non l’ ha mai sentito? Cos’è in generale e cos’è per voi?

Sentimentale, casino e unione. È una musica che unisce sia dalla parte più leggera, il punk-pop, sia dalla parte più “cattiva” con l’hardcore- punk. Quando sei lì in mezzo alla mischia, alla fine si è tutti amici.

9) Quanto è importante avere dei luoghi che promuovano giovani artisti come voi?

È importantissimo. Suoniamo spessissimo nei centri sociali. Non c’è discriminazione di alcun tipo, si è sempre nell’inclusione. Tutte le cose che fanno sono per il bene della comunità. E la musica è una di queste, unisce e fa bene. Alla fine, spesso, questa storia dei centri sociali che sono un posto da chiudere viene detta da chi non c’è mai stato.

10) Avete suonato allo Zapata che per molti a  Sampierdarena è il simbolo della “negatività” del quartiere tanto da volerlo chiudere. Viene visto come portatore di disordine in quanto centro sociale, cosa ne pensate?

Non è vero, certo, noi alcune idee politiche non le condividiamo. Ci sono i più moderati e i meno moderati. La musica è tra le attività principali dello Zapata e di tutti i centri sociali. Alla fine il centro sociale è diventato l’unico luogo che permette di esibirsi ad artisti emergenti. “Anche solo la Jam il giovedì sera che include tutto e tutti i tipi di genere. Da’ spazio alla musica e allo stare insieme” afferma Gabriel, cantante e chitarrista.

Se volessero chiudere i centri sociali, dove potrebbero andare band come noi a suonare?

Ascoltateli e seguiteli!
Turkey andate a vederla su youtube.

lunedì 6 maggio 2019

Danza la vita e impara ad ascoltarti

Danza e musica viaggiano lungo lo stesso binario: se qualcosa a parole non viene espresso bene lo si può completare con le note, se le note non bastano esistono i passi.

Il movimento incanala il sentimento. Lento o veloce, disordinato e confuso oppure perfettamente regolato e preciso. Attraverso il corpo moduliamo l'intensità degli sguardi e, molto spesso, il peso delle frasi che ascoltiamo in cuffia diventa il peso di braccia e gambe.

Mi piacerebbe, allo stesso modo in cui faccio scrivendo, riuscire ad esprimere me stessa attraverso la danza perché sinceramente mi sento incapace di farlo, mi blocco quando ne avrei la possibilità. Forse per vergogna, forse per paura di un giudizio,  forse semplice per mancanza di pratica.
Ma nessuno dovrebbe insegnarmi ad esprimere i sentimenti mentre faccio qualcosa, dovrebbe uscire da me e basta. Invece restano congelati al loro posto.

A livello teorico, in testa, penso spesso a come vorrei buttare fuori me stessa, ascoltando certe canzoni e guardando gli altri ballare. E' come se mi parlassero e io non riuscissi ad ascoltarle fino in fondo.

Ci sono coreografie e musiche cha hanno questo potere enorme, comunicano, ti entrano sotto la pelle. Emozionano proprio, perché creano un sottile legame, un filo rosso, che ti costringe a seguirli attentamente con lo sguardo perché ogni singolo dettaglio è un passo in più per capire e connetterti con chi è coinvolto direttamente..

L'arte commuove.
Le canzoni commuovono.
Coreografie commuovono.

Io, per esempio, in questo periodo sto adorando la danza contemporanea e moderna e l'hiphop meno duro, la parte più melodica e delicata nonostante sia molto diversa dallo stile che faccio. Mi piace chi riesce a raccontarmi una storia e a farmi dimenticare che si tratti di finzione.
Mi sembra che la combo musica/danza sia una valvola di sfogo perfetta. Trovo collegamenti con me stessa ovunque.

Un abbraccio. Una capriola. Una chitarra ruggente, un colpo di batteria improvviso, una melodia che mi si cuce addosso.

Halsey, cantante statunitense classe '94, è un esempio di come stare su un palco non significhi solo sgolarsi in vocalizzi da paura ma anche connettersi con il proprio pubblico. La sua voce mi arriva evocativa e sensuale, i suoi testi mi incuriosiscono, una canzone tira l'altra.

Jade Chynoweth, classe '98, è invece una delle mie ballerine preferite in assoluto. Espressiva, versatile, ipnotizzante, una di quelle che starei delle ore a guardare.

Musica e danza, grazie a loro, si sono fuse perfettamente in un passo a due dolce, intenso, contemporaneo, ideato da Janelle Ginestra e Willdabeast Adams.
Sulle note di "Without Me" hanno raccontato una relazione agli sgoccioli. Sono rimasta impressionata dalla potenza dei loro sguardi, la bravura di entrambe, dovuta anche alla loro natura di performer, è stata quella di non snaturarlo, ma anzi di renderlo ancora più umano e credibile. Cosa non facile se non sei abituato a condividere un pezzo con un altro, e questo vale sia in campo musicale che nella danza.
Per impersonare bene la propria parte, bisogna giocarsela un po' da attori.


Il dolore lo hanno reso espressivo
Il tocco lo hanno reso reale







Danza la vita e impara ad ascoltarti e ad ascoltare.

[ Per motivi di copyright non posso aggiungere al post il video, lo lascio a questo link Without me- Halsey ft Jade ]


Un'esplosione speciale.
E questo è il potere dell'arte e della danza.
Ballo per un bisogno di scoprirmi, conoscermi.

E come ha detto Kenzo Alvarez, ad uno stage a cui ho avuto il piacere di partecipare, "Attraverso la danza io posso esprimere ciò che la musica che sto ballando significa per me a voi, e voi dovete restituire a me il senso che ha per voi. Se non fosse così, sarebbe solamente eseguire."