domenica 13 marzo 2016

Senza titolo: ognuno lo dia per se stesso

Quando ero una bambina non vedevo l’ora di crescere, volevo diventare grande per assomigliare a mia madre, volevo fare quello che faceva lei, parlare di quelle cose che molto spesso vengono etichettate come appartenenti al “Mondo degli adulti” e guai a parlarne o anche solo accennarle ai minori di venticinque anni. Si rischiava grosso: in primo luogo un bel discorso dove veniva spiegato che, in realtà, ciò che avevo sentito non era reale e non succedeva davvero, poi mi mandavano in camera mia e spettava ai miei genitori ricevere la ramanzina dai nonni paterni.
Era un ciclo continuo e abbastanza noioso alla fine.
Io volevo sapere, volevo sentire il telegiornale, volevo conoscere qualcosa che andasse oltre ai nomi delle principesse Disney o le canzoni dello Zecchino d’Oro.Mi bastava poco, non volevo i particolari.
Crescendo ho mantenuto sempre la vispa curiosità da bambina ma ho iniziato a conoscere: parlavo con i miei genitori, chiedevo qualsiasi cosa ed esigevo una risposta quantomeno accettabile alla mia domanda.
È per questo che ora sono così, anche se un po’ ribelle come tanti adolescenti e a volte un po’ troppo scorbutica con la mia famiglia, sono solo io.
È un periodo che mi sento strana, non intendo fisicamente ma più caratterialmente, mi sento diversa, credo sia colpa degli ormoni in gran parte, ma per questo li ringrazio perché ora mi piace davvero tanto crescere.
Ho cominciato a fare tante nuove esperienze che mi hanno aperto la mente a nuovi mondi, ho conosciuto tante persone che ora a loro modo sono importanti se non indispensabili per me, sono quasi delle piccole isole che mi offrono un approdo sicuro.
Nonostante tutto ho iniziato anche a rendermi conto delle cose che mi danno fastidio che in parte assomigliano molto a quelle di mio padre, tutta colpa dei geni? Forse.
Non mi piacciono quelli che quando ti parlano non ti guardano o fanno finta di ascoltarti per compiacerti, non capisco chi non riesce a stare in silenzio per qualche minuto, non amo molto i giudizi e tutti quelli che, quando sono insieme ad altri, sono incollati al telefono.
In fondo io non sono tanto diversa: almeno uno di questi punti l’ho messo in pratica parecchie volte, me lo ricordo sempre perché mi aiuta a non cadere di nuovo nella trappola anche se a volte la tentazione è forte e cedo.
Che poi a dirla tutta sono passati un po’ più che due anni, non posso dire di avere chissà quale esperienza ma un piccolo bagaglio me lo sto costruendo.
A quattordici anni avevo in testa il concetto che esistessero delle persone, ragazzi come me, che valevano più di me solo perché conoscevano più gente, avevano avuto tanti “fidanzati”, avevano centinaia di “Mi Piace” alle loro foto sui social.
Li chiamavo i “popolari” ed è successo che non avessi nemmeno il coraggio di camminare a testa alta quando li incontravo per strada, le rare volte che non cambiavo lato del marciapiede per evitarli.
Mi vergognavo di me stessa, di quello che ero: la ragazza riccia e bassina che non arrivava mai prima in qualche cosa che faceva e che in realtà non si filava quasi nessuno dei ragazzi.
Mi sentivo una scema in confronto a loro che in realtà erano davvero per la maggior parte degli stupidi senza alcuna voglia o ambizione, non mi importava perché io mi vedevo meno e quell’ idea è rimasta per molto tempo.
Quando guardavo lo specchio a volte ci vedevo un’altra persona, non mi sembrava di essere la stessa dall’ altra parte della parete.Avrei sperato che si aprisse un varco tra il mondo riflesso e il mio così da portarmi via.Non mi sentivo io.Non ero Cecilia, ero un’interprete nel mio corpo.
Mi sentivo inutile eppure avevo tanti amici, alcuni buoni altri meno, avevo una bella famiglia, avevo un sogno e forse più voglia di riscatto di quanta ce ne fosse negli sguardi di quegli altri.
Poi non so cosa sia successo, forse ho trovato la mia strada, forse ho solo visto la “luce” ma mi sono come svegliata ed ho iniziato a vivere la vita non più passivamente.
Cecilia è diventata Ce, Cecia, Lumaca o più semplicemente e scherzosamente “l’Amica di merda”, tutti soprannomi che in un loro modo mi hanno un po’ salvata e mi hanno sempre strappato un sorriso e tuttora lo fanno.
Ho iniziato ad uscire sempre di più, a credere in me stessa ogni giorno che passava.E’ stata questa la mia salvezza, capire che io non ero niente di meno di quella che ero e che sono e che non dovevo invidiare nulla a nessuno perché tanto era inutile piangermi addosso.
In questi quasi tre anni ho capito che non me ne fregava niente essere conosciuta da tutti, mi bastava stare bene ed essere in mezzo ai miei amici, sentirmi a casa, essere uno dei pezzi fondamentali per formare il nostro puzzle; non mi importava se non ero mai stata la migliore, anche da seconda, da terza, da ultima potevo festeggiare.
Iniziando a credere in me ho iniziato a scoprire dei lati diversi del mio essere, mi sono iniziata a piacere anche esteticamente, ho riso molto di più e valorizzato le mie passioni e i miei punti di forza.
Ho scoperto di avere un piccolo talento, che magari sarà anche insignificante ma che mi ha dato una meta da raggiungere.
Ho iniziato ad usare le parole per scrivere quello che non riesco a dire a voce perché mi viene più facile imprimerle sulla carta.
Devo dire che in parte li ringrazio, quei finti playboy che credono di avere il mondo ai loro piedi perché sto diventando chi sono veramente senza nascondermi dietro ad una maschera e poi, è meglio essere carine ed intelligenti che belle e senza cervello.
Quindi, non ho idea di chi ci sia dall’altra parte di questo schermo, non so se tu sia un ragazzo, una ragazza, un adulto, un bambino, un nonno.Non so nemmeno se questo insieme di frasi messe un po’ a caso ti sia piaciuto e forse non mi importa veramente perché è un qualcosa di molto personale e non c’è da dire mi piace o non mi piace.
Voglio solo dire, dall’ alto dei miei quasi diciassette anni di vita, che sulla strada ci sono tanti ostacoli, tanti stronzi che non vogliono fare altro che essere i migliori e sotterrare chi considerano più deboli: ci saranno sempre, a scuola, al lavoro, per strada, a volte anche in famiglia.Chi ha più esperienza di me sicuramente ne avrà incontrati a sua volta.
A te, proprio a te che stai leggendo, fregatene, non starci male se non sei come ti vorrebbero gli altri perché non sarai nemmeno come ti vorrai tu e non lo saprai mai, abbandona i fili e la maschera da burattino e lascia che sia come deve essere.
Forse la tua arma e la tua forza è proprio non essere come ti vogliono gli altri, perché sarai diverso, sarai te stesso e sarà decisamente più bello vivere un vita tua a tutti gli effetti che schiava dei pareri di qualcun altro.


“ I'm through accepting limits                 “Accetto I limiti
'cause someone says they're so               perchè qualcuno dice che sono così                     
Some things I cannot change                  certe cose non le posso cambiare
But till I try, I'll never know!...                      ma finchè non provo non lo saprò!

As someone told me lately:                      Come qualcuno mi ha ditto dopo
"Everyone deserves the chance to fly!"    tutti devono avere l’occassione di                      
                                                              Volare!

To those who'd ground me             E a quelli che vogliono abbattermi
Take a message back from me”             porta un messaggio indietro da me!”

Tratto da Defying Gravity, da Wicked

mercoledì 2 marzo 2016

Recensione Spotlight

Boston, 2001.
Ufficio stampa del Boston Globe, sezione Spotlight, i telefoni squillano da ore senza sosta tanto che i giornalisti non sono abbastanza per ogni nuovo utente ansioso di raccontare la propria testimonianza.
Sono tanti, sono cresciuti e non si conoscono nemmeno ma hanno in comune la stessa storia, custodiscono tutti lo stesso segreto che per anni hanno taciuto ma ora sono pronti, ora l’intero mondo sa la verità.
Ci sono vicende che sono talmente grosse da affrontare che spesso ci si chiede se sia giusto o meno portarle alla luce e farle conoscere alla gente, si ha paura o semplicemente non si hanno le parole per rendere al meglio l’idea, e così si finisce per lasciarle scivolare nel dimenticatoio tra dubbi, domande, passi incerti e falsi alleati.
Lì rimarranno fin quando non arriverà qualcuno deciso a scavare a fondo e a prendersi la responsabilità del fardello.
Marty Baron è il giovane neo direttore del Globe, ha un aspetto abbastanza normale e sembra poco più che una macchietta destinata a scomparire senza lasciare il segno, tuttavia è determinato a trovare un’inchiesta da affidare a Spotlight che faccia riacquistare prestigio al giornale.
Barner, affiancato da “Robbie”, Mike, Matt e Sasha, intraprende un lungo percorso mirato all’individuazione e alla condanna della cerchia di preti di Boston che per decenni ha abusato di centinaia di bambini muovendosi di parrocchia in parrocchia e mantenendo la buona faccia di uomini di chiesa.
È il 2001 ma si stima che tutto sia incominciato nei primi anni settanta con casi isolati che pian piano sono diventati sempre più frequenti, zittiti da silenzi e smentite e cause sempre vinte dalla Chiesa.
Dalle confessioni dei “Sopravvissuti”, da cui i membri di Spotlight sono riusciti a farsi raccontare le loro esperienze, tracciano l’identikit di almeno settanta preti diversi, tutti impegnati in attività differenti: chi fa il sormone la domenica in chiesa, chi benedice le case, chi assiste le famiglie e persino chi è un professore in un liceo.
Tutti lontani e tutti alla ricerca di una giustificazione alle loro azioni: lo scegliere con cura le proprie vittime e il prediligere determinate condizioni sociali non sono casuali perchè, come verrà detto da uno dei ragazzi, “ Quando sei povero, la religione e la fede sono tutto e l’essere al centro dell’attenzione di un prete ti fa sentire apprezzato” o altri addirittura erano “apprezzati per quello che erano solo dai preti”.
Non si tratta più di “qualche mela marcia”, si parla di un intero sistema di cui lo stesso cardinale Law era a conoscenza dei movimenti loschi e ha sempre difeso tutti cercando di allontanare l’attenzione dalla pedofilia.
Spotlight arriva così ad una svolta decisiva, ormai ha in mano tutti gli elementi per incriminare Law e gli abusatori, gli articoli sono pronti.
E’ fatta!

Spotlight è un film di Tom McCarthy, premio Oscar come miglior film e miglior sceneggiatura originale, che fa luce dove ancora oggi c’è troppo buio.
Dalla pellicola traspaiono emozioni forti come la sorpresa, l’impotenza, la rabbia, il desiderio di riscatto, la vergogna e la voglia di verità.
Recitazione molto naturale e realistica, bella ambientazione e bella trama: avvincente e coinvolgente.
Consigliato.
VOTO: 8,5


sabato 27 febbraio 2016

Piacere, sono diverso!

Piacere, sono la Diversità, vi chiamo perché mi piacerebbe prendere un appuntamento a date decise e concordate con un paio di persone che sono importanti per me...come dice scusi?...vuole il numero esatto...ma io non lo so di preciso, potrebbe cambiare da un momento all’altro nel giro di pochi secondi mentre sono al telefono qui con lei...no, non sono matta, in un certo senso posso anche diventarlo però, ora come ora, sono serissima...insiste ancora con questo numero preciso, allora lei è proprio fissato, suvvia non ho molto tempo devo visitare una persona tra meno di tre minuti...no, non sono nemmeno un medico ma posso essere una potente medicina se dosata bene, posso cambiare il corso di una vita, ovviamente in meglio, non mi sento spesso in vena di fare disastri anche se può succedere come succedono tutte le cose.
Se proprio lo vuole sapere, con così tanta urgenza e un filo di seccatura nella voce, gli darò questo benedetto numero preciso: devo un appuntamento a circa sette virgola quattro miliardi di persone, uno più o uno meno non cambia molto anche perché,quando avrò finito qui con lei qui, mi aggiornerò sulle novità e vedrò nuovi occhietti dolci aprirsi ed altri vecchi e stanchi spegnersi.
E’ il mio lavoro, ci sono abituata.
No, non sono un’assassina.Mi scusi, ma le sembra che le chiederei un semplice colloquio per incontrare queste persone se fossi una spietata killer?
Non è una risposta molto sensata la sua.
Non si metta a giudicare quello che sono perché non mi piacciono i giudizi negativi.
Voi uomini siete sempre a puntare il dito contro tutti senza accorgervi che io e le mie fidate compagne di lavoro bussiamo e arriviamo da ognuno e solo noi sappiamo cosa vi può toccare.
Non si preoccupi che ne ho viste a centinaia di persone come lei, vi credete originali e autonomi e diligenti e attenti ai problemi altrui ma con voi la mia soglia di pericolo sale al venti per cento circa, capisce, è piuttosto basso.
Siete un po’ troppo omologati però vengo lo stesso a trovarvi.
Forse a volte sono troppo buona perfino con voi.
Comunque le dicevo che vorrei avere i miei incontri al più presto o temo di non riuscire a farcela per molti, alcuni non hanno più molto tempo.
Che lavoro faccio io? Gliel’ho già spiegato signore, visito le persone, le ascolto e le consiglio e loro poi prendono la loro decisione a quel punto le prende sotto protezione il mio fedele capo, la Vita, che insegnerà loro a comportarsi bene nel mondo finché potranno rimanervi, sul loro cammino incontreranno Amicizia, Fatica, Amore, Dolore,Tenerezza, Famiglia e molti altri tra i miei colleghi più giovani, le ho citato solo i più importanti.
Arriverà poi un giorno in cui il mio braccio sinistro indosserà di nuovo il suo completo nero stirato e profumato e andrà a chiudere loro gli occhi per portarli in un posto migliore.
A volte può essere davvero dura ma è il naturale corso della vita.
No, non sono propriamente umana, non sono una persona vera e propria, non ho un solo corpo...cosa?Ma che aliena!Temo che sia lei quello strano qui.
Comunque sono perfettamente in regola, ho tutti i permessi firmati dall’alto...lo so che le persone sono troppe, me lo ha già ripetuto almeno il doppio delle volte necessarie in questa nostra conversazione, ma non le ho detto mica che le voglio tutte in una sola volta.
Ognuno ha il suo momento.
Non sarebbe giusto per loro e non lo sarebbe per me, ho diritto alle mie pause e voi avete diritto al tempo che vi serve ed è diverso da persona a persona.
Voglio fare le cose per bene.
In quanto tempo più o meno?Beh,diciamo che non ho fretta , gliel’ho detto, sono appena stata assunta, il mio nuovo lavoro inizia oggi con la prima persona...no, non sono tenuta a dirle il nome del prescelto ma colui o colei a cui mi mostrerò mi riconoscerà da solo.
Psicologa?Non lo sono ma mi piace la parola.Ascolto e di solito osservo in silenzio quindi direi che è anche appropriata.
Sintomi?
Non ce ne sono, cosa crede che io sia una malattia?Forse un virus letale?
Non voglio uccidere nessuno come le ho già fatto capire.
E poi scusi, mi vuole dire che l’arte di un pittore sia una malattia, che la sua immaginazione e creatività diversa da un altro sia spaventosa?
No.Lo so che non lo pensa questo.La conosco meglio di quanto lei conosce me.
So che il suo accento è diverso da quello dell’impiegato di fianco a lei che urla attraverso il microfono ma che a suo volta è più alto di lei e del suo capo di dieci centimetri e che ha una folta barba rossa che nessuno dei suoi colleghi ha.
Ho tanti occhi io.
Diciamo il doppio di quelli che siete voi su questa terra, salvo rare eccezioni in cui ce ne sono di meno o di più, e vedo con ognuno di questi colori diversi, paesaggi diversi, mondi vicini ma completamente lontani gli uni dagli altri.
Ho anche tante orecchie, un dono della mia amica Vita, con quelle sento le musiche più assurde e ritmate, le opere liriche, i suoni continui delle città che dormono e vivono sotto la luce degli occhi di voi uomini.Sento anche il silenzio dei vostri corpi quando mi trasmette più di tante parole.
Come dice?Vuole sapere dell’altro?
Beh, possiedo mani e piedi in grande quantità: a seconda di quello che siete possono essere ruvide, lisce, sporche, sudate, curate e i piedi possono contare dieci passi, mille passi, miliardi di passi o anche nessuno.Possono essere più grandi, più piccoli, affusolati, maschili o femminili, feriti.
Se ho competenze linguistiche?
So così tante lingue diverse che quasi mi stupisco da sola, sono un’eccellente poliglotta e conosco le tradizioni più antiche di ogni popolo.
Anche in questo momento posso recitare una poesia o un atto di teatro mentre ballo e intanto parlare su questa linea con lei in questa lingua.
Sono piuttosto versatile.
Una cosa che dovrebbe sapere è che ovviamente mangio e che sono una buona forchetta: a centinaia di chilometri dal nostro telefono sto assaggiando agnello e cous cous, ad ovest paella e hamburger, ad est zuppe calde e patate, ad oriente riso e spezie, a nord polenta e pesce.Molto spesso mi fermo e mi guardo attorno e vorrei che tutti i miei sette virgola quattro miliardi di figli potessero mangiare, senza nessuna eccezione.
Sono ovunque e da nessuna parte in particolare come le mie amiche.
Se mi piace viaggiare?
Adoro essere in viaggio, mi fa crescere e maturare e mi arricchisco.
Se ho avuto rapporti profondi o sono sensibile emotivamente?
Vedo davanti a me moltissimi cuori pulsanti così diversi tra di loro e cervelli in funzione che elaborano misteriosi progetti geniali quindi mi verrebbe da risponderle di sì.
Quel piccolo pugno di carne e sangue dà vita a tutto il vostro essere ed è così bello il suono ritmato e costante che emette, lo ascolterei per ore, il perfetto sottofondo alla mia vita faticosa.
Alcuni di quelli battono più forte, pulsano vita vissuta e da vivere, altri, più stanchi rallentano e pian piano si fermano.
Tum.Tum.Tu-tum.
Questa potrebbe essere la mia musica preferita.Mi ispira felicità e mi fa sorridere.
No, non sono un solo colore.Potrei dire cche sono l’insieme dei colori stessi o la loro assenza ma mi viene più facile dire che mi potete vedere in qualsiasi sfumatura diversa che vedete in cielo o nel tratto sottile di una matita da colorare.
Si io sono lì, esco dalle matite, dalle vostre mani, da vostro cuore, dalla vostra mente, dalle parole, da qualsiasi segno che lasciate in giro.
Se posso sentire le emozioni?
Che domanda mi fa signore, certo che sì, le posso toccare con mano di fata e trasformale in un punto di forza.
Conosco la determinazione degli atleti, la timidezza dei riservati, la solitudine dei depressi, la vivacità delle compagnie, l’amaro e la frustrazione delle vittime e l’arroganza dei prepotenti.
Le provo ogni giorno sulla pelle di molti.
Ma se resistono io, che faccio parte dello scheletro, li sorreggo.
Come?Mi chiede se ho paura?
Beh, le ho detto che non sono umana e io come Diversità non ho paura, chi mi segue spesso ne ha molta nascosta tra le pieghe della pelle e nei vestiti ed è difficile da cancellare...no, non ho poteri magici, non sono una maga, non posso decidere io...io cerco solo di far assimilare la paura per nascere da quella e camminare a testa alta da soli.
Non posso far dimenticare il dolore o la sofferenza.
Non cancello la memoria, la sfrutto.
Le ho già detto di non giudicarmi perché poi non le saprei dare una vera risposta...lo so, ma è lei che mi sta facendo tutte queste domande signore e il mio tempo ormai si è esaurito, devo scappare al più presto.
Vuole un mio consiglio?Siete in pochi ad ascoltarli veramente...si si, la accontenterò così potrà ritornare alla sua scrivania.
Ricordi sempre che ciò che ci rende diversi gli uni dagli altri siamo noi e la differenza sarà sempre una forza creativa per ogni cambiamento.
Ha ancora una domanda, la vedo con uno sguardo pensieroso.Chieda pure...se sono mai stata innamorata?
Ovviamente sì, di persone diverse e caratteri diversi e tutte le volte sono stata abbracciata dalla Vita e ho dormito tra le sue braccia.
Se ho mai fatto l’amore?
La mia risposta è la sua risposta.
Io sono il respiro affannato e misto di sensazioni, sono i brividi per la schiena, le carezze, i baci soffici e i segni marcati sul corpo.Sono la coperta che fa da invisibile barriera per il vostro angolo di intimità, uno spazio diverso da coppia a coppia.
Io e Amore non siamo molto diversi.Vi osserviamo sempre e ascoltiamo il frutto del nostro duro lavoro.
Mi ha domandato e io ho risposto e a quanto pare sembra anche soddisfatto di ciò che ha ottenuto.
Lo so signore che si sta chiedendo perché ora mi sente sempre più lontana e distante, la mia voce le arriva come qualcosa di irreale e tra pochi istanti, quando si ricorderà di questa strana chiamata e io me ne sarò già andata, si renderà conto che io sono stata un’abile ascoltatrice e che è stato lei a parlare con la mia voce.
Ora che non sono niente di più che un flebile fischio nelle orecchie apra gli occhi signore e cammini per la sua strada con quel poco che le ho insegnato.
Lei è parte di me ed io sono parte di lei e lo sarò sempre.
Arrivederci.



Ogni uno- Eugenio Bennato

giovedì 11 febbraio 2016

Following a bird




Ci sono tanti esempi di persone reali, nel mondo delle arti, uomini, donne, ragazzi e ragazze che riescono grazie  a quello che fanno a dare il meglio di loro.Raccontano storie alla gente utilizzando solo il loro essere, scaturiscono emozioni e non perchè magari sono disabili o diversi e vogliono essere compatiti.
No.
Non cercano questo.
Sono solo persone che parlano una lingua diversa e sconosciuta a molti, che sia questa il linguaggio del corpo, dei gesti, la danza, l’arte astratta e incomprensibile o la musica.
Sono quegli artisti fuori dal comune che regalano un pezzetto della loro vita per raccontarsi e raccontare.
Sono quelli che lasciano qualcosa nella memoria.
Se chiudo gli occhi riesco ad immaginare ancora le sue dita candide accarezzare delicate i tasti, muoversi con un’armonia e una precisione quasi irreale su quel pianoforte nero così lucido che sembra quasi brillare.
Ascolto un paio di note.Crescenti.Diminuite.
Tutte così diverse tra di loro ma unite perchè, come dice il nostro musicista, “La musica si fa insieme, noi ci mettiamo solo le mani e poi, spesso, ci dimentichiamo che ci insegna a fare la cosa più importante della vita, Ascoltare”
Ascoltare veramente, non solo con le orecchie ma anche con il cuore, perchè la musica, di qualsiasi genere sia, è in grado di creare un collegamento invisibile così profondo e solido da non poter essere spezzato.
Sembra quasi di essere immersi nella storia che è raccontata dalla partitura e la cosa strana è che lui non dice niente, lui non canta, suona e basta eppure riesce a catturare l’attenzione meglio di certi cantanti.
Ci si sente davvero come se stessimo seguendo quel misterioso uccellino.
Se chiudo gli occhi posso vedere il suo sguardo felice, il suo sorriso, la sua risata commossa e anche un po’ emozionata perchè, cavolo, chi non lo sarebbe a suonare sul palco di Sanremo, ma nonostante tutto in quell’espressione c’è la consapevolezza di un uomo felice che ha trovato nella musica il vero linguaggio per esprimersi.
Forse è proprio qui il suo punto di forza da cui si dovrebbe imparare tanto: lui è felice della sua vita che non è quello che tutti si immaginerebbero o vorrebbero per la loro.
Sorge allora spontanea la domanda di come possa, un uomo con degli ostacoli fisici così importanti, essere veramente felice nonostante tutto.
Servirebbe così poco per rispondere.
Lui ha trovato la sua felicità nella musica ed è riuscito ad incontrare persone che hanno creduto in lui, a partire dai suoi genitori che lo hanno iscritto al conservatorio fino ad arrivare alla signora portinaia che gli aveva “predetto”, se così si può dire, che sarebbe finito a Sanremo.
Probabilmente senza la sua forza, la sua ironia e la gente intorno a lui non sarebbe arrivato dov’è ora.
Diciamolo, a prima vista, nessuno avrebbe scommesso su di lui nemmeno una piccola moneta, solo perchè le apparenze fanno molto e spesso ci si ferma solo a quelle.
Là sul palco trema, è agitato e impaziente di esibirsi, saluta il pubblico con le mani gridando a squarciagola “Ciao e ciao!” ribadendo quanto quella parola per lui abbia un così grande significato e lo aiuti, nei momenti di emozione, a liberarsi dall’imbarazzo.
Spesso si ignora davvero tutto il resto dietro alla fisicità, ciò che c’è dietro, la parte più profonda di ognuno di noi.
La più segreta delle “Dodici stanze”.
Il nostro musicista crede e classifica il percorso della vita secondo Dodici stanze che non finiscono mai, continuano a seguirsi l’un l’altra cambiando ad ogni nuovo ciclo il loro ordine.
Lui è Ezio Bosso, lui è l’uomo che cambia davanti ad un piano.
Ezio è affetto da una particolare forma di SLA dal 2011, ma tuttavia questo non impedise alla sua creatività e follia musicale di venire fuori quando le luci si abbassano e tutti gli occhi sono concentrati su di lui.Attenti.Vigili.
Forse pronti a giudicare quell’apparenza con parole taglienti che svaniscono gelate da un vento magico non appena i primi suoni arrivano alle loro orecchie.
Ezio è forte ed autoironico, scherza su se stesso.
Per lui è un sogno suonare a Sanremo, per lui che calca da tempo i palchi di Londra e di altre città internazionali ed è famoso e conosciuto.Sembra assurdo!
Se stringo un po’ di più gli occhi posso rivivere la strana emozione che mi ha suscitato la sua performance, posso solo ritenermi fortunata ad essere quel che sono e devo solo ammirare un uomo come Ezio che, come una fenice, è rinato dalle sue ceneri e non ha mai abbandonato la sua strada guardando oltre le difficoltà.

lunedì 1 febbraio 2016

Playlist 1/02/2016


                     
                     
                     
                     
                   
                   
                   
                   
                   
                   
                  

mercoledì 27 gennaio 2016

Stuck

Quanto tempo è passato dall’ultima volta che ho dormito?Ho così sonno che mi addormenterei qui , tra la terra smossa dai più grandi che zappano tutto il giorno in qualsiasi condizione, lo farei ma vorrebbe dire addormentarmi per sempre prima del dovuto e tra dormire e vivere c’è una bella differenza anche qui.
Per ora preferisco vivere.
Voglio vedere la mia mamma, mi manca, ho bisogno di lei e voglio anche il mio papà.Ogni tanto mi saluta ancora quando attraversa la zona comune, è così cambiato dall’ultima volta, non ha più i suoi bei capelli castani, è pelato, come me, come mamma, come tutti quanti quelli che stanno qui, è anche dimagrito ma d’altro canto lo siamo tutti costretti ad ingoiare aria e polvere sotto il sole o la neve per una misera cucchiaiata di acqua sporca che puzza di marcio e non sa di niente.
Mi manca il cibo vero, quello dei pranzi domenicali, delle feste o delle domeniche pomeriggio passate al parco quando tutto era così felice, tutto era così normale e sereno.
Quanto mi mancano quei giorni e quanto mi fa male ricordarli.
Voglio tornare a casa mia, nella mia stanza, con i miei giochi e Leonard, la mia scimmia di peluche sul cuscino del letto pronta a rallegrarmi la giornata, qui è tutto così grigio.
Il cielo, l’asfalto, le divise, le mie mani, i miei occhi.
Siamo animali sofferenti che si trascinano giorno dopo giorno per una strada che è già segnata per tutti, siamo soli in questo posto sperduto e isolato dove la gente non vede, non sente e non parla.
Nessuno qua parla più, a volte capita che qualche ragazzo più grande racconti di vecchi romanzi russi che gli sono stati assegnati alle superiori, non abbiamo molto tempo per parlare.
Qui al Campo è tutto uguale: ti buttano giù dal letto quando gli gira, ma questo non cambia molto le cose visto che non si riesce a chiudere occhio tanta gente c’è nelle brande delle baracche, ti picchiano se non stai attento o non sei abbastanza veloce e non si risparmiano se sei un bambino, non gli importa chi sei, per loro sei uno dei tanti, sei uno stuck, un pezzo, un numero e ti massacrano così come sei.
Non fa la differenza, conta solo stare buoni e aspettare il proprio momento.
Io non ce la faccio a restare al mio posto mentre a due passi da me uccidono qualcuno, una volta è successo e per poco non ci ho lasciato le penne ma sembro essere simpatico ad uno dei comandanti che mi ha rispedito in baracca con il labbro spaccato, un occhio gonfio e nero e un taglio profondo sopra il sopracciglio.
Ero ferito ma ero vivo e mi bastava questo.
Non so quanto tempo passerà ancora, forse ore, giorni, mesi, anni.
Non voglio più stare qui, voglio riavere indietro la mia famiglia, voglio la mia casa.
Non voglio più essere ebreo.
Non lo voglio da quando ci hanno trasferito nel ghetto, ci hanno rubato tutto: soldi, casa, gioielli e la dignità.
Non voglio neanche essere un tedesco, io gli sputerei in faccia a quelli, li prenderei a calci e gliela farei vedere io, ma sono solo un bambino, non posso farci niente.
Ogni tanto si sentono i tedeschi parlare, sono così strani, urlano e fanno versi e sputano ad ogni parola e sono vestiti di odio e  di rabbia.
Perchè ci odiano così tanto?
L’ho chiesto molte volte a papà ma lui ha sempre abbassato la testa e indicato il suo braccio dove era cucita quella maledetta stella.
Eravamo inferiori per loro e per talmente tante persone che arrivavamo a crederlo anche noi.
Ci piegavamo al nemico.
Avevamo paura.
Io ne ho ancora tanta.
I tedeschi parlano poco della guerra vera, quella fuori di qua, perchè anche questa è guerra, dopotutto ci uccidono uno alla volta come su un fronte.
Hanno paura degli alleati, i tedeschi dicono che siano troppo vicini e potrebbero scoprirli e liberarci.
Da quando ho sentito quelle parole ogni sera ci spero un po’ di più, inizio quasi a crederci.
Voglio andarmene e lasciarmi questo carcere alle spalle, prendere una nuova strada e diventare una persona migliore di quello che sono questi qua.
Ho tanto sonno, sento le gambe cedermi a poco a poco e il mio corpo esile scivolare sempre più verso terra, non deve succedere, non può succedere così.
Non posso morire.
Non voglio morire.
Non voglio.
Non sarò altra cenere nel vento.
Tengo gli occhi aperti a stento, vedo il mio vicino che mi sorregge, ho fame, ho freddo, ho bisogno di abbracciare i miei genitori un’ ultima volta.
Non posso andarmene così, nel buio, nel silenzio, nell’oblio e nella solitudine.
Non posso andarmene sotto questo cielo grigio, con questo odore di terra, aria e sangue.
Non posso, ma è destino.
Chiudo gli occhi e mi abandono, non voglio sentire dolore, sono solo un bambino, chi vorrebbe sentire dolore.Penso alla mia piccola vita, alla fatica, all’ingiustizia e spero che anche dal cielo possa riuscire a fare la differenza.
Sono pesante e leggero.
Sentò delle urla fuori, nel cortile, passi affrettati e diverse lingue, distrattamente vedo il gioco di luci ed ombre, ma io sono steso lì, a terra, da solo.
Stringo forte gli occhi e sento il tocco di una mano sulla mia guancia.
Mi aspetto degli schiaffi, magari pensano sia uno di quelli che finge di essere morto per salvarsi, e invece no.
La mano è calda e morbida, gentile e delicata.
Mi accarezza a lungo come ad infondermi un po’ di coraggio.
Schiudo gli occhi e respiro debolmente.
La vedo, è mia madre ma non ci sono soldati intorno a lei.
Non sono tedeschi ma altri.
Festeggiano, esultano e non capisco cosa ci sia di così importante per cui valga la pena correre e saltare e ridere e cantare in russo.
Russo?
Ecco perchè cantano e sono felici.
Russi.
Sorrido a mia madre e lei mi sussurra all’orecchio “Libertà” e “Siamo liberi” e ancora una volta “E’ finita.E’ tutto finito”.
Per un attimo non ci credo ma poi le stringo la mano.
Ho così sonno ma non riesco a fare altro che rimanere sveglio.



martedì 19 gennaio 2016

Recensione film Piccolo Principe

L’ESSENZIALE E’ INVISIBILE AGLI OCCHI

Il Piccolo Principe affascina da decenni grandi e piccini per la sua storia speciale, semplice, diretta, una storia che agli occhi di molti può sembrare banale ma che, se si guarda con il cuore, ha tutto un altro sapore.
Alcuni l’avranno letta magari per compito durante la scuola, altri per il piacere di scoprire una nuova avventura, altri ancora seguendo i pareri della massa che lo reputa ormai come best seller della letteratura moderna.
Il successo del Piccolo Principe, di Antoin de Saint-Exupery, probabilmente è dovuto proprio al grande coinvolgimento di più fasce di età nella sua storia, basti pensare che è stato definito da lui un libro per bambini indirizzato agli adulti, perchè nel suo racconto emerge un lato del mondo dei “grandi” che molti vogliono ignorare e nascondere.
Sono proprio gli adulti i protagonisti sottintesi della vicenda, quegli adulti che, come dice il Piccolo Principe, “sono esseri proprio bizzarri ”, così concentrati sul proprio lavoro, sui beni materiali, gli averi e disattenti allo stesso tempo sulle cose importanti come l’amore, l’amicizia, la famiglia.
Inizia così, nella trasposizione cinematografica di Mark Osborne, la storia di Piccola Ragazza che è la protagonista femminile ed è una bambina delle elementari figlia di un padre assente e di una madre in carriera che le organizza la vita secondo un’enorme tabella divisa secondo date, orari e attività da rispettare ed aspira a vederla entrare in una prestigiosa scuola della città.
Le due vivono in una casa uguale alle altre in un quartiere altrettanto uguale e grigio.Tutto è ordinario, ordinato e monotono.
Tutto tranne l’Aviatore che abita nella bizzarra casa di fianco alla loro che, a differenza delle altre, oltre ad essere più imponente è anche colorata e rispecchia il carattere del suo proprietario.
L’Aviatore è un simpatico vecchietto che tenta in tutti i modi di riaggiustare il suo areoplano caduto tanti anni prima nel Sahara.
Dopo un primo incontro tra i due in circostanze alquanto spiacevoli fa “veramente” la conoscenza di Piccola Ragazza curiosa di staccarsi dalla sua vita programmata e scoprire pian piano la storia di quel misterioso Piccolo Principe.
Tra i due nasce una profonda amicizia che presto si trasforma in un rapporto quasi familiare, si può dire infatti che la bimba veda nel vecchietto l’amore, la fantasia, la spontaneità che spesso non viene capita e la voglia di amicizia e coinvolgimento che vorrebbe vedere in sua madre.
Ad ogni loro nuovo incontro un nuovo tassello della storia viene incastrato al precedente.
Piccola Ragazza incontra così la volpe che diventerà la sua consiliera sotto forma di peluche, vede l’Ubriacone vanitoso, il Re desideroso di potere, il Mercante di stelle così avaro e incontentabile che nel corso della narrazione incontra nuovamente su un altro asteroide, quello degli adulti, sul quale arriva durante il suo viaggio alla ricerca del Piccolo Principe a seguito del ricovero in ospedale dell’Aviatore.
L’asteroide degli adulti si rivela un immenso ammasso di uffici neri e grigi dove nessun bambino può mettere piede perchè costretto a crescere con la forza.
Piccola Ragazza riesce a trovare il Piccolo Principe che nel frattempo è diventato grande e sembra aver dimenticato tutto ciò che era stato, ora lavora come spazzacamino al servizio del potente Mercante di stelle che ha rubato tutti gli astri dal cielo e li tiene nascosti in un’enorme campana di vetro.
La bambina aiutata dal Principe, che è riuscito a  ricordare,  libera le stelle scatenando lo stupore degli adulti che non le avevano mai viste, accompagna il ragazzo sul suo asteroide il B-612 dove sono cresciuti a dismisura i baobab e la sua rosa è lentamente appassita tanto da trasformarsi in polvere e fondersi nel tramonto.
Il Principe è triste di non essere riuscito a proteggerla e amarla come lei amava lui ma ad un certo punto chiude gli occhi e ricorda le parole della volpe: anche se la sua rosa era appassita, l’avrebbe vista sempre nel tramonto e sarebe vissuta con lui nel suo cuore.
Anche Piccola Ragazza ricorda le parole dette dall’Aviatore e si accorge che, anche se lui un giorno dovrà lasciarla perchè anziano, sarebbe sempre vissuto con lei e lei avrebbe sempre sentito la sua risata guardando le stelle.
Così, mano nella mano di Piccola Ragazza, il Piccolo Principe ritorna bambino e si prepara a salutare la sua nuova amica pregandola di ricordare all’Aviatore il suo nome.
La bimba ritorna a casa e, prima di entrare nella nuova scuola, va a trovare l’Aviatore all’ospedale portandogli in dono la versione rilegata da lei dei disegni del Piccolo Principe che lui le aveva donato.
Solo in quel momento la madre si accorge del rapporto speciale tra i due e non riesce a fare altro che ringraziare l’anziano.
Piccola Ragazza sa che non lo dimenticherà mai come non dimenticherà mai di essere stata la bambina che è stata.

E’ il tempo che hai perduto per la tua rosa a fare della tua rosa una cosa così importante.

Animazione e grafica fatti molto bene sia per la parte disegnata semplice della “vita di tutti i giorni” sia per quella della storia del Piccolo Principe in carta pesta.
Dialoghi abbastanza fedeli al libro ma nel compenso una buona rinterpretazione in chiave moderna molto attuale anche se attinente al romanzo.
Voto: 8






giovedì 31 dicembre 2015

HAPPY NEW YEAR!!

Caro 2016 o duemilasedici se preferisci,
mancano solo poche ore e prenderai il mio posto e, devo essere sincero, sono felice di aver portato a termine il mio duro mestiere per ben 365 giorni.
Prima di farti passare però devo darti alcuni buoni consigli, anche se di sicuro sarai ben istruito come tutti noi anni passati.
Devo avvertirti: alcuni saranno buoni ed altri cattivi.
Per il momento la gente ti sta adorando criticando invece quello che sono stato io.
Non lasciarti ingannare, è solo l’entusiamo che accompagna la tua attesa.
Ti festeggeranno per tutta la sera e poi anche la notte con concerti, eventi ed enormi abbuffate con i parenti.
Per alcuni quest’ultime segneranno il definitivo crollo dell’autostima con conseguente distruzione della bilancia che esalerà il suo ultimo sospiro alla fine di tutto ma tu non c’entri e nemmeno io.
Non ho certo finito: inizieranno a dedicarti frasi assurde e, come ben avrai potuto vedere, gran parte dei mortali inizierà a pubblicare aforismi banali e per nulla originali su ogni portale a loro permesso in modo da raggiungere più gente possibile.
Sì, caro 2016, dovrai abituarti a tutto questo.
Devi sapere che il tuo momento di gloria sarà proprio stanotte e si concluderà molto presto, all’incirca domani mattina quando sarai diventato il Nuovo Anno senza tanti effetti.
Brinderanno ancora per te, certo, ma nel corso del tuo incarico comincerai a perdere colpi.
Io invece resterò nei ricordi, nel retro delle fotografie, sui timbri dei documenti, sulle date delle verifiche scolastiche e diventerò sempre più sbiadito sui biglietti dell’autobus e sugli scontrini dimenticati nel fondo del portafoglio.
Perdonami se ancora per qualche tempo uno studente distratto scriverà il mio nome al posto del tuo, saranno frequenti.
Sai, queste ultime ore sono quelle più malinconiche, infatti ripercorro tutte le tappe di quello che sono stato, i giorni felici e quelli tristi, i successi e i fallimenti.
Io non sono altro che questo e anche tu non sarai poi così diverso.
Infondo noi siamo solo passeggeri, abbiamo una piccola durata rispetto alla vita della natura intera, rispetto ai poveri uomini.
Caro ragazzo, vedrai cose bellissime, paesaggi mozzafiato e conoscerai tante persone speciali, generose e riconoscenti che ti vivranno al meglio ma attento perchè vedrai anche il male e la povertà e la sofferenza e ne farai parte anche tu in un qualche modo, vedrai persone mancare ed altre piangere i corpi di vittime innocenti, ti passeranno davanti mortali avari o avidi, irrispettosi e iracondi che ti calpesteranno o abuseranno dei tuoi minuti.
Lo so, non sarà facile superarli ma è tuo compito.
Cosa ancora più importante, non permettere mai a nessuno di dimenticare gli anni passati.
Solo così farai il meglio per il mondo.
Il tuo tempo sarà più lungo del mio di un giorno perchè, come tu sai, sei Bisestile, rendi quel giorno speciale come gli altri.
Assicurati che le ore, i giorni, i mesi non corrano troppo in fretta ma nemmeno troppo lentamente da non poter essere assaporati al meglio.
Da stasera sei padrone del tempo, delle stagioni e di tutti gli elementi.
Dosali bene e mantieni il giusto equilibrio.
So che sarai bravissimo e darai il meglio di te.
Duemilasedici vedrai la neve, la pioggia, il sole e i fiori che sbocceranno in Primavera colorando i prati, gli alberi e i vasi sui poggioli delle case.
Alcuni ti ringrazieranno per ciò che darai altri si lamenteranno che non fai abbastanza per loro, tu ascoltali ma non lasciarti cambiare dai giudizi degli altri.
So che ora sei piccolo e che diventerai un vero Anno degno di essere ricordato.
Ho poche raccomandazioni ancora.
Divertiti e fai divertire.
Consolati e consola.
Abbi fame di cultura, di giochi e di arte e restituisci ciò che hai imparato.
Non permettere a nessuno di fermare ciò che è giusto, di intimorire un innocente, di violare la sensibilità di un altro e non farlo a tua volta.
Lo so che non sarà facile ma se darai un contributo faciliterai il tutto.
Ama, amati e lascia amare.
Sogna e fa’ sognare.
Vivi e fa’ vivere.
Sii bianco e colorato, inodore e profumato e compi il primo passo per unire tutti i popoli.

Giovane 2016, soprattutto impegnati a dare il massimo e scoprirai che anche se ti insulteranno, ti screditeranno e si lamenteranno tu non avrai nulla, nessun motivo per essere colpevole e triste perchè dopotutto sei solo un anno, il resto è destino.

Ti saluto e ti guarderò dal cielo,
il vecchio soddisfatto 2015



venerdì 25 dicembre 2015



Un abbraccio per ogni dispiacere
Un  sorriso per ogni lacrima versata
Un sogno per ogni delusione
E una canzone che non so se servirà
Natale é tutto qua...


mercoledì 16 dicembre 2015

Caro amico ti scrivo...

Proviamo ad immaginare improvvisamente un universo parallelo dove non esista nessuna forma di nuova tecnologia: non i social media, non i social network, niente rete e niente internet...Ci viene difficile vero?
Non ci siamo abituati perché
si può dire che ci siamo nati dentro e non abbiamo mai vissuto senza.
Proviamo adesso a chiudere di nuovo gli occhi e cambiamo la scena: facciamo in modo che sì, questi esistano, ma che la stragrande maggioranza dei ragazzi non vi ci possa accedere per le decisioni prese dall’alto.
Da una parte sarebbe la svolta decisiva per dare una svegliata a questa nostra generazione digitale: finalmente la lingua mummificata di molti riprenderebbe lentamente il suo ruolo al di fuori dell’ambito delle interrogazioni scolastiche, si uscirebbe di più insieme ad altri esseri viventi in carne ed ossa e forse saremmo anche meno preoccupati di andare a vedere l’ultimo post del cantante famoso o quanti likes ha la nostra foto profilo.
La vita forse migliorerebbe ma non di molto.Non è dopotutto un aspetto così importante il social, almeno non per me che comunque uso Facebook e Instagram.
Internet è utile, velocizza tutte le nostre ricerche ed in un’ora, magari con una mail ci siamo prenotati le vacanze.
Lo so che non si è mai parlato di togliere internet a tutti, ma sono convinta che ci sia un po’ di malcontento da parte di molte persone che hanno visto sostituire le chiamate con i messaggi WhatsApp e hanno vissuto meglio di me la rivoluzione digitale.
Credo che ci sia una visione molto distorta del social network in sé che ormai viene appellato come il demonio della società che ci fa uscire pazzi e convertire ad una vita perennemente incollata ad un computer.
C’è chi fa delle vignette satiriche immaginando i ragazzi di oggi come cloni tutti uguali usciti da un computer e chi invece pensa già alla cerimonia nuziale con il proprio pc.
Non c’è niente di più sbagliato: il social se usato in modo opportuno è molto utile, puoi pubblicizzare eventi anche di spessore, velocizza i contatti e ti permette di seguire il gossip dei tuoi “amici” perché ammettiamolo piace un po’ a tutti curiosare e magari commentare con fare un po’ cattivello su una foto stupida di una nostra vera amica, quando il social degenera si arriva ad un altro punto.
La colpa in questo caso non è di Facebook, Internet o quant’altro, la colpa è nostra e parlo di nostro nel senso generale della parola che comprende cioè tutta la fascia di persone che utilizza la rete non solo i giovani.
Si sente parlare quasi sempre esclusivamente di ragazzini e giovanissimi schiavi di videogiochi e internet: la nostra generazione ormai viene appellata così, noi siamo la generazione 2.0, la generazione cellulare, la generazione social, i piccoli schiavi di internet e quanti altri se c’è da parlare di giovani viene sempre evidenziato per prima cosa l’attaccamento quasi ossessivo al cellulare.
E’ vero, molti sono ossessionati dal web ma molti altri non se ne interessano per nulla e comunque il mondo digitale non è da bocciare in toto.E’ come qualsiasi cosa un po’ va bene, dopo un certo limite è dannosa.
Tuttavia, non si parla quasi mai delle migliaia di adulti che invece abusano di internet: molto spesso dietro a certi profili che bullizzano o cercano di addescare “vittime” sui social non ci sono sedicenni iracondi o in preda agli ormoni ma adulti maturi ben lontani dall’essere dei ragazzini.
Perché del mondo degli adulti non si fanno mai le somme di quelli che trascorrono ore e ore su Facebook o altre piattaforme?
Si sorvola sempre perché alla gente non importa granché.
Spesso alla base di questa prevenzione assoluta verso l’universo social c’è una paura radicata di genitori che non sono abbastanza istruiti sull’argomento o non sono in grado di fornire adeguate informazioni sui rischi che i propri figli possono correre postando determinate foto o messaggiando con certi soggetti.
Dovrebbe essere compito dei genitori aprire le strade del web ai propri figli in un modo corretto: non li si aiuta lasciando la più completa libertà, a dodici anni, di visualizzare qualsiasi contenuto on line, così li si porta sulla strada sbagliata.
Si deve insegnare che il social esiste, il web esiste ed è un mondo che può attirare e intimorire dal quale bisogna saper distaccare la vita reale fatta di avvenimenti reali, persone reali, immagini reali ed emozioni reali.
Non serve a niente censurare l’iscrizione ad Instagram, Facebook o gli altri portali, in questo modo non argini il danno ma lo diffondi ancora di più perché, quelli che non avranno l’età minima richiesta non faranno altro che mentire sui propri dati accedendo senza problemi al loro profilo e non si riuscirà a controllare la veridicità dell’età.




mercoledì 2 dicembre 2015

Sul filo del rasoio

SUL FILO DEL RASOIO

Mi chiedo spesso se le persone si fermino a pensare qualche minuto al loro grande privilegio di essere libere: possiamo vivere una vita tranquilla, uscire con gli amici, ballare, studiare, crescere, lavorare, fare l’amore con la persona che amiamo tutto nella più completa libertà.
Spesso poi mi viene in mente cosa farei se questa libertà tutt’un tratto mi venisse tolta da qualcun altro per un motivo non fondato.
Probabilmente mi sentirei arrabbiata e penserei alla più iniqua delle ingiustizie.Non so se perdonerei in fretta colui che ha voluto questo.
La stessa cosa non pensa Joaquin Martinez, detto Jo, unico europeo riuscito a scampare al braccio della morte dopo più di cinque anni e due processi.
Joaquin è un uomo libero, un giovane lavoratore con moglie e figli, una buona famiglia alle spalle e un ottimo percorso di studi, uno dei tanti inseguitori del sogno americano.
Poi all’improvviso tutto cambia: un divorzio difficile e le accuse dell’ex moglie sempre insistenti (lo accusava di voler portare via le bambine dall’America in Spagna, sua patria).
Passano gli anni e Jo ha ricominciato una nuova vita con una nuova famiglia e una nuova compagna.
Tutto inizia il giorno dopo il compleanno della fidanzata, l’ex moglie chiama la polizia e dice loro di avere dei sospetti sull’ex marito a proposito di un duplice omicidio (dove è coinvolto il figlio narcotrafficante del capo della polizia), gli agenti organizzano un vero e proprio blitz con numerose pattuglie e  perfino gli elicotteri.
Lo conducono in commissariato e lo incastrano come colpevole.
Joaquin sa di essere innocente, è sorpreso e spaventato, si chiede che cosa ci faccia lui in mezzo a quei criminali, lui non è così.
Durante la detenzione i suoi compagni di cella muoiono giustiziati e lui sa che sarà a breve la sua sorte ma spera sempre che la sua innocenza venga appurata.Scrive ai suoi genitori che non hanno mai perso la fiducia in lui e gli credono ciecamente.
Conosce Frank, di cui diventerà grande amico, anche lui è condannato, sta dentro da diciassette anni e la sua famiglia, i suoi amici lo hanno come rinnegato.
Sono diciassette anni che non riceve lettere o visite.
Jo si commuove parlando di Frank, lui non ce l’ha fatta come i suoi companieros, è morto di cancro.E’ morto da innocente.
Il suo avvocato aveva chiesto un test del DNA per scagionare così suo cliente come suo ultimo desiderio.Negativo.
Frank non aveva fatto nulla eppure era rimasto chiuso in quella prigione che lo aveva fatto diventare matto.
Joaquin racconta la sua storia inserendo anche sfumature di ironia, ci ride quasi sopra ma ribadisce che quegli anni, ogni ora, ogni giorno erano un’agonia.
Jo ce l’ha fatta.E’ stato riconosciuto innocente e assolto nel 2001 e poco dopo si è trasferito nuovamente in Spagna dova ha ricominciato quella che lui definisce terza vita: la prima quando era un giovane promettente, la seconda nel braccio della morte e la terza dopo l’ultima sentenza.
Lui ha perdonato la sua ex moglie e anche il giovane che ha investito suo padre uccidendolo, sostiene che se non fosse stato in grado di perdonare sarebbe un uomo pieno d’odio e vendetta.
Lui che appoggiava la pena di morte, la capiva e l’approvava ci si è ritrovato dentro e ne è uscito.
Mentre parla spiega che avrebbe potuto pensare di volere la morte di quel diciassettenne che gli aveva portato via suo padre ma poi si blocca e afferma che se anche il ragazzo fosse morto non avrebbe colmato il dolore del suo cuore.
La pena di morte non allevia la sofferenza dei parenti, dei genitori e degli amici della vittima ma crea soltanto nuovo dolore per la morte dell’assassino che altro non è che un uomo che ha sbagliato.