giovedì 16 maggio 2019

Oceano mare


TERRA
C’è un’idea di terra
Che accomuna il mondo.
Quella della scoperta e del rispetto.
E non può esserci rispetto dell’altro
Se non si prova a conoscerlo.
La musica tende sempre la mano verso il diverso 
Ed è la buona metafora del viaggio.
E se viaggio è scoperta
La terra ne è l’essenza
Luogo di tutti e da tutti calpestato
In rotte vicine e lontane

(Paolo Fresu - poesie jazz per cuori curiosi)

Ho navigato tanto per mari più calmi o meno, ricordo il profumo penetrante sul ponte di comando mentre passeggiavo per passare il tempo. Infinito e sfiancante tempo che sembrava non voler passare. Non mi dava tregua il ticchettio dell’orologio in tasca, lo stringevo e mi sembrava di tornare sempre al giorno della mia partenza. Quanto era passato da quella mattina? Ore, interminabili ore. Forse giorni o magari settimane, e che ne so io? Lo vorrei sapere, ma ogni giorno qui è tutto uguale, ovunque mi giri vedo solo mare. E poi mare, mare, mare e ancora mare.
Forse non sarei dovuto partire, non avrei dovuto lasciare la mia casa, i miei affetti, i ricordi sorridenti di un’infanzia passata l’altro ieri.
Ricordo la stretta di mio padre, un abbraccio durato qualche istante, carico di emozioni, paura, dubbi, carico di parole che non ci siamo detti mai. Mia madre che piangeva, io che non volevo andare, la porta chiusa alle spalle e una valigia piena.

Una sola valigia.

La mia vita chiusa tra quei ganci ed una nuova che mi sarebbe apparsa da lì a poco.
Ricordo l’agitazione, l’euforia, i documenti che non avevo mai fatto vedere a nessuno prima di quel giorno. Un passaporto che non ero sicuro di avere. Gendarmi alla dogana che mi scrutavano dall’alto, mi scostavano i lembi del cappotto. Cosa mai penseranno di trovarci è una domanda che mi assilla per tutto il tempo. Mi lasciano passare, e come me altri cento, e altri cento fino a che la nave non è piena. Facce stanche, curiose. Bambini che corrono, accenti diversi, lingue diverse. Non pensavo che in uno stesso paese si potessero parlare così tante Lingue.
Mi tolgo il cappello, saluto, agito le braccia. Cerco nella folla sulla banchina mia sorella, l’unica che è venuta proprio fino alla fine, l’unica che ha il coraggio di lasciarmi andare completamente.
Ma ho promesso che scriverò non appena arrivo, che lancerò un grido talmente forte che lo sentiranno anche loro e allora sorrideranno perché ce l’avrò fatta,. Sorrideranno perché sarò in America.
In America, uno come me, uno come i tanti he stamattina fissano il mare muti in cerca di risposte.
America. AMERICA.
Sembra una parola così lontana, un grido silenzioso che mi rimbomba in testa.

La “vita nova” scrisse Dante, è ciò che cerco io là; vita diversa da quella che ho qui, vestiti diversi, città diverse. Tutto un mondo diverso da quello che mi lascio alle spalle.

È questo quello che penso mentre il cielo imbrunire e si alza il vento, mi sbatte un po’ ovunque, non sono coperto abbastanza, ma la mia preoccupazione è il cappello. Se mi vola via poi come faccio? Non accetteranno mai uno che ha perso il cappello in mare. Me lo tolgo e lo stringo forte al petto, lo annuso, profuma di sale o sole, di sapone per i panni che si usava a casa. I profumi, gli odori, anche i peggiori, saranno ciò che mi terrà ancorato alle mie radici.
L’acqua riflette la luce pallida di uno spicchio di luna, all’orizzonte forse c’è tempesta, non vedo stelle ma bagliori.
Quanto manca? Sono stanco.
Attorno a me rumori concitati, gente che sale e scende scale, cominciano i pianti.
Cosa succede? Moriremo qui? Su questa barca carica di sogni e di speranze?
Un tuono mi smuove dentro. Tremo e sento gli occhi inumidirsi.
I bambini si stringono alle madri che cercano di consolarli.
Dove sei mamma? Perché sono solo in questo mare, solo insieme ad altre centinaia di persone sole. Vorrei qualcuno ad abbracciarmi.
Schizzi salati saltano e mi bagnano i piedi, il mare si sta ingrossando, si agita e noi con lui.
Una schiera di anime mi affianca, sento gli uomini bofonchiare tra loro, si offrono una sigaretta. Ridono, o meglio, sorridono. Cosa c’è di così bello nell’affrontare la morte con il sorriso?
Io non voglio morire. Lo penso ad alta voce, uno di quelli si gira e mi offre un mozzicone malandato. Morire? E perché mai dovremmo morire proprio ora che siamo arrivati?

TERRA!
Sento ruggire da lontano.
TERRA!
Lacrime calde mi accarezzano le guance glabre.
TERRA!
Si scatena l’agitazione più totale. Le donne agitano i fazzoletti in direzione sconosciuta. Si levano le mani al cielo, da destra a sinistra. Si prega il Dio che ci ha fatto arrivare dopo tanto tanto tanto mare.

Eccola là, una lingua sottile più scura della notte, e migliaia di finestre illuminate a giorno come lucciole. Il faro ci guida sicuro in porto.

Terra, sussurro, e il mio pensiero corre a casa. L’America è davanti a me e, domani o tra qualche ora, ci poserò sopra i piedi anche io.

Vita nuova mi aspetta ion terra straniera, 
Gente che parte e non tornerà più indietro. Lo pensiamo tutti.
Vita nuova, cominciata su questa nave, tra l’ondeggiare e ondeggiare del mare. E la speranza che trabocca dal cuore di ognuno.
Vita nuova, ci divide su due file, un passo avanti ed uno indietro. Dottori in camice bianco, polizia che parla difficile, io non capisco e ho paura.
Vita nuova, Ellis Island, comincia da esule della mia terra e finisce come parte di qualcosa.

Vita nuova, mi aspettavo tutto, ma quanta fatica mi ci vuole, non vado bene, peso poco, sono malato, sporco, sono un criminale? Me lo chiedo anche io. Scappato da casa per qualcosa che non avevo e ora sono qui con niente in mano. Solo con un pezzo di carta e un braccio che mi indica di proseguire dritto lungo la strada che entra in città.

Vita nuova, mamma, tu che non mi avresti voluto lasciare partire, ora guardami con le bretelle nuove e un sorriso felice.

Vita nuova, papà, non sai quanto mi pesi essere italiano.




Woodkid: Land of All






sabato 11 maggio 2019

Quattro chiacchiere con i Santamaria: musica, progetti futuri e risate

I Santamaria sono una band punk di Genova composta da quattro ragazzi: Giuseppe, Gabriel, Ian e Danilo che ho avuto il piacere di incontrare e con cui ho scambiato quattro chiacchiere, tra musica, passioni e opinioni sull’ambiente underground genovese. 
Vi invitano al loro live, il 25 Maggio 2019, al lsoa Buridda, per il lancio del loro album d’esordio. 
  1. Com’è nata la band e perché vi chiamate Santamaria?
È nata l’anno scorso per caso, perché avevamo un altro gruppo a parte sempre noi tre (Ian, Gabriel e Giuseppe). Abbiamo detto facciamone uno serio, abbiamo lasciato le rispettive vecchie band e ci siamo messi insieme. Ho chiesto Giuse e ad Ian e mi hanno detto va bene, ho beccato Danilo in facoltà e gli ho chiesto se volesse fare il bassista in un gruppo e lui ha accettato. Inizialmente avevamo pensato di fare uno stile punk diverso rispetto a quello attuale, avevo mandato loro alcune tracce. Per quanto riguarda il nome, nessuno aveva idee, io ho detto Santamaria così a caso. Suonava bene e ci è piaciuto, Il bello è che l’ho semplicemente scritto sul gruppo whatsapp ed andava bene così. Piace a tutti, e quando nessuno ci conosceva, ci dicevano “però, bel nome!”

2) Tre parole per descrivere la vostra band?

A detta loro: sole, cuore e amore. E stupida tra parentesi.

3) Com’è stato registrare questo album? Avevate mai registrato prima? 

“Io avevo registrato un pezzo con una band, però tutta un’altra cosa” dice Giuseppe, il batterista. Come Santamaria abbiamo registrato 2 pezzi per conto nostro, giusto per provare, prima di prendere seriamente l’idea di incidere un album. “Poi tutto è nato da un live dell’altro gruppo dove suonavamo, c’era lui (Gabriel) tra il pubblico e gli ho detto di salire” attacca Ian, uno dei chitarristi. “era finito il concerto e abbiamo fatto quella che sarebbe diventata la nostra prima canzone, arrangiandoci un po’ ed è piaciuta. Piano piano abbiamo, continuando a suonare live, ci siamo fatti conoscere”. Da lì la Flamingo (etichetta indipendente che possiede anche uno store in piazza delle Vigne) ci ha notato e  ci ha proposto di produrci il cd.

4) Quanto è importante per una band underground come voi suonare live?

Suonare live è tutto perché ti fai conoscere, poi come viene viene, cerchiamo sempre di suonare al meglio ma a volte può succedere di non riuscirci. A Genova non puoi esibirti troppo spesso peoichè la gente ai concerti è sempre quella e si rischia che non ti vengano più a sentire.

5) Se dovete suonare in un locale, vi contattano loro o siete voi a proporvi?

Ora sì, ci contattano loro, però all’inizio era brutto, perché pensavamo che bastasse scrivere alla gente. Alla fine però non si faceva avanti nessuno. Il primo live che abbiamo fatto è stato ai Bagni Liggia, in una serata assurda: abbiamo aperto ai Labradors (erano la guest band insieme agli Endrigo), una band punk veramente brava che ha aperto il concerto anche ai Fidlar che sono famosissimi, già lì è salita l’autostima e l’emozione. La live in realtà è stata un po’ un flop, non la riusciamo più a vedere però da lì hanno cominciato a contattarci e noi continuavamo a farci conoscere anche tramite facebook

6) Eventi prossimi?

Suoniamo al Buridda il 25 maggio, all’Adescite spring fest. Release party del nostro album. E siamo molto contenti di parteciparvi perché è il simbolo dell’underground a Genova.

7) Quali sono i vostri riferimenti musicali?

Ognuno ascolta musica diversa, tutti abbiamo una buona base musicale, gli album considerati monoliti li conosciamo, molto dipende da cosa stai ascoltando in quel momento. Ci dicono che suoniamo un po’ come Descendents, come NOFX e come gli Husker du. Però alla fine non è che il disco l’abbiamo fatto ispirandoci a loro, è nato proprio così.

8) Come descrivereste il punk ad una persona che non l’ ha mai sentito? Cos’è in generale e cos’è per voi?

Sentimentale, casino e unione. È una musica che unisce sia dalla parte più leggera, il punk-pop, sia dalla parte più “cattiva” con l’hardcore- punk. Quando sei lì in mezzo alla mischia, alla fine si è tutti amici.

9) Quanto è importante avere dei luoghi che promuovano giovani artisti come voi?

È importantissimo. Suoniamo spessissimo nei centri sociali. Non c’è discriminazione di alcun tipo, si è sempre nell’inclusione. Tutte le cose che fanno sono per il bene della comunità. E la musica è una di queste, unisce e fa bene. Alla fine, spesso, questa storia dei centri sociali che sono un posto da chiudere viene detta da chi non c’è mai stato.

10) Avete suonato allo Zapata che per molti a  Sampierdarena è il simbolo della “negatività” del quartiere tanto da volerlo chiudere. Viene visto come portatore di disordine in quanto centro sociale, cosa ne pensate?

Non è vero, certo, noi alcune idee politiche non le condividiamo. Ci sono i più moderati e i meno moderati. La musica è tra le attività principali dello Zapata e di tutti i centri sociali. Alla fine il centro sociale è diventato l’unico luogo che permette di esibirsi ad artisti emergenti. “Anche solo la Jam il giovedì sera che include tutto e tutti i tipi di genere. Da’ spazio alla musica e allo stare insieme” afferma Gabriel, cantante e chitarrista.

Se volessero chiudere i centri sociali, dove potrebbero andare band come noi a suonare?

Ascoltateli e seguiteli!
Turkey andate a vederla su youtube.

lunedì 6 maggio 2019

Danza la vita e impara ad ascoltarti

Danza e musica viaggiano lungo lo stesso binario: se qualcosa a parole non viene espresso bene lo si può completare con le note, se le note non bastano esistono i passi.

Il movimento incanala il sentimento. Lento o veloce, disordinato e confuso oppure perfettamente regolato e preciso. Attraverso il corpo moduliamo l'intensità degli sguardi e, molto spesso, il peso delle frasi che ascoltiamo in cuffia diventa il peso di braccia e gambe.

Mi piacerebbe, allo stesso modo in cui faccio scrivendo, riuscire ad esprimere me stessa attraverso la danza perché sinceramente mi sento incapace di farlo, mi blocco quando ne avrei la possibilità. Forse per vergogna, forse per paura di un giudizio,  forse semplice per mancanza di pratica.
Ma nessuno dovrebbe insegnarmi ad esprimere i sentimenti mentre faccio qualcosa, dovrebbe uscire da me e basta. Invece restano congelati al loro posto.

A livello teorico, in testa, penso spesso a come vorrei buttare fuori me stessa, ascoltando certe canzoni e guardando gli altri ballare. E' come se mi parlassero e io non riuscissi ad ascoltarle fino in fondo.

Ci sono coreografie e musiche cha hanno questo potere enorme, comunicano, ti entrano sotto la pelle. Emozionano proprio, perché creano un sottile legame, un filo rosso, che ti costringe a seguirli attentamente con lo sguardo perché ogni singolo dettaglio è un passo in più per capire e connetterti con chi è coinvolto direttamente..

L'arte commuove.
Le canzoni commuovono.
Coreografie commuovono.

Io, per esempio, in questo periodo sto adorando la danza contemporanea e moderna e l'hiphop meno duro, la parte più melodica e delicata nonostante sia molto diversa dallo stile che faccio. Mi piace chi riesce a raccontarmi una storia e a farmi dimenticare che si tratti di finzione.
Mi sembra che la combo musica/danza sia una valvola di sfogo perfetta. Trovo collegamenti con me stessa ovunque.

Un abbraccio. Una capriola. Una chitarra ruggente, un colpo di batteria improvviso, una melodia che mi si cuce addosso.

Halsey, cantante statunitense classe '94, è un esempio di come stare su un palco non significhi solo sgolarsi in vocalizzi da paura ma anche connettersi con il proprio pubblico. La sua voce mi arriva evocativa e sensuale, i suoi testi mi incuriosiscono, una canzone tira l'altra.

Jade Chynoweth, classe '98, è invece una delle mie ballerine preferite in assoluto. Espressiva, versatile, ipnotizzante, una di quelle che starei delle ore a guardare.

Musica e danza, grazie a loro, si sono fuse perfettamente in un passo a due dolce, intenso, contemporaneo, ideato da Janelle Ginestra e Willdabeast Adams.
Sulle note di "Without Me" hanno raccontato una relazione agli sgoccioli. Sono rimasta impressionata dalla potenza dei loro sguardi, la bravura di entrambe, dovuta anche alla loro natura di performer, è stata quella di non snaturarlo, ma anzi di renderlo ancora più umano e credibile. Cosa non facile se non sei abituato a condividere un pezzo con un altro, e questo vale sia in campo musicale che nella danza.
Per impersonare bene la propria parte, bisogna giocarsela un po' da attori.


Il dolore lo hanno reso espressivo
Il tocco lo hanno reso reale







Danza la vita e impara ad ascoltarti e ad ascoltare.

[ Per motivi di copyright non posso aggiungere al post il video, lo lascio a questo link Without me- Halsey ft Jade ]


Un'esplosione speciale.
E questo è il potere dell'arte e della danza.
Ballo per un bisogno di scoprirmi, conoscermi.

E come ha detto Kenzo Alvarez, ad uno stage a cui ho avuto il piacere di partecipare, "Attraverso la danza io posso esprimere ciò che la musica che sto ballando significa per me a voi, e voi dovete restituire a me il senso che ha per voi. Se non fosse così, sarebbe solamente eseguire."











mercoledì 13 febbraio 2019

BEAUTIFUL MUSIC: come la musica ci può “aggiustare” la vita



Quante volte capita nella nostra vita di tutti i giorni di imbatterci in una canzone e pensare che sia stata scritta su misura per noi pur sapendo che non è realmente così? 
O quante volte sogniamo scene della nostra vita accompagnandole con sottofondi musicali?
O vi è mai capitato di imbattervi in una melodia che vi suscita qualcosa di inaspettato, che so, vi fa ridere o vi fa piangere o vi fa venir voglia di mangiare?

A me sì, tutte queste cose, in questo periodo soprattutto, forse è proprio per questo che, inconsciamente, gli ultimi libri che ho letto davano alla musica un ruolo se non centrale molto importante all’interno della storia. 
Quanto è buffo questo oggettino che chiamiamo cervello, e che strane le emozioni.

Non si tratta solo di empatia, non ci mettiamo nei panni del cantante canticchiando il ritornello, succede qualcosa di diverso. É come se la musica entrasse in noi e, attraversando il nostro corpo, passando nelle nostre vene, ci sussurrasse all’orecchio “qualsiasi cosa succeda io sarò con te e ti parlerò”.
Perché è questo che fa, la musica parla alle persone, questo la rende speciale e unica. 

La musica è il supereroe di tanti, me compresa.

Questa premessa per dirvi che sono assai poche le differenze tra noi, lettori, e Daniel “Danny” Yzemski, protagonista del romanzo di Michael Zadoorian intitolato proprio Beautiful Music, una delle più piacevoli scoperte dello scorso Book Pride di Genova (2018).

Daniel si ritrova a crescere nella Detroit di inizio anni ’70 caratterizzata da scontri razziali dovuti al cambiamento che sta vivendo la città. La contrapposizione tra bianchi e neri è uno dei temi che ricorrono più spesso nella narrazione e ci vengono presentati come un qualcosa di inevitabile: l’effetto collaterale della novità che porta la gente ad  aver paura di ciò che non conosce, questa insicurezza porta al disprezzo e alla diffidenza che non vengono velate all’interno delle pagine ma anzi, a volte, sono sdrammatizzate in tono ironico dallo stesso Daniel. (dal libro “Mi diverte pensare che a mia madre piaccia tanto il beige, perché è bianco e marrone mischiati insieme, che è quel che non vorrebbe che accadesse nel nostro quartiere.”)

Proprio a causa di questa “rivolta esterna”, fin da quando era bambino, Danny è condannato dai suoi genitori, in particolare da sua madre, a vivere sotto una campana di vetro rintanandosi nel seminterrato a costruire modellini di automobile accompagnato solo dal suono della radio. 

L’ automobile ha un duplice ruolo nella vicenda: se da un lato rappresenta un po’ l’emarginazione di Danny, dall’altro è invece il simbolo del legame con suo padre oltre che il mezzo che promuove la sua iniziazione al mondo dei vinili e dei dischi che stanno cominciando a spopolare proprio in quel periodo. Il climax della felicità di un quattordicenne americano viene raggiunto quando suo padre porta a casa il primo impianto stereo, una novità assoluta che cambierà per sempre il suo mondo.

Così, pian piano, Danny si ritrova a viaggiare attraverso generi diversi, abbandona la classica e scialba Beautiful Music, e viene a tu per tu con il rock capendo che, negli accordi di chitarre stridenti, nelle voci urlate e nei suoni non sempre precisi si nascondono canzoni pronte all’uso, adatte a descrivere ogni suo stato d’animo, il rock e il rock ’n roll diventano la colonna sonora della sua vita. Tanto che l’intero romanzo sembra una grande enciclopedia musicale di quegli anni.

Danny scopre che c’ è qualcosa nella musica che lo fa stare bene, qualcosa che appaga la sua mente e allevia le sue preoccupazioni di adolescente che deve andare in contro all’inizio del liceo ed è spaventato di quel che sarà e sente la sua vita traballare sotto i piedi.

La musica placa il cervello indomabile. (rif. a una battuta della tragedia The Morning Bride di William Congreve che dà il nome ad uno dei capitoli) 
Ma, dietro la paura delle cose nuove, spesso, si celano grandi opportunità, e sarà proprio la scuola a permettergli di coltivare la passione per la radio e per la musica che pian piano diventa la chiave per riuscire a far quadrare il suo mondo oppresso da problemi che lo sembrano schiacciare come una dissolvenza.

La musica è l’unica cosa che mi fa smettere di pensare a tutto […] E non c’entrano soltanto le parole . C’entra come la musica ci porta fuori da noi stessi, lenisce i nostri dolori, scioglie qualcosa nel nostro cuore, ci fa stare meglio in modi che non credevamo possibili”

Penso che il personaggio di Danny sia talmente riuscito da rendere difficile il non “mettersi nei suoi panni”: siamo spinti a compatirlo, ma ci viene anche da prendere le distanze quando compie determinate azioni. Danny è ognuno di noi, non per le vicende che è chiamato a vivere, ma per le emozioni che seguono questi eventi; è un personaggio vivo, dinamico, che cresce pagina dopo pagina. 

Sebbene sia il protagonista, nonché narratore in prima persona, presto ci accorgiamo che l’autore, umanizzandola, ha riservato alla radio un ruolo altrettanto importante, quasi materno: in più occasioni sembra essere l’unica disposta ad una forma di dialogo, l’unica silenziosamente disponibile ad ascoltare Danny, a consigliarlo e a proteggerlo, ad ammonirlo e aiutarlo ad inserirsi nel complicato mondo degli adulti che appaiono sempre così distanti; questa lontananza si incarna nella figura della madre che è ermetica, imperscrutabile, a tratti odiosa, ma perfettamente umana nella sua debolezza rappresentata abilmente con l’incapacità di rimanere in silenzio (un tratto distintivo è la televisione sempre accesa in casa).

Infine la musica potrebbe essere definita il co-protagonista della scena in grado di salvare davvero dai guai, ma non solo da quelli. Libera la mente, rischiando però di evocare alla memoria pensieri, sensazioni e ricordi che ribaltano la medaglia facendoci sentire peggio di come stavamo prima, così può capitare di finire avvolti nella dissolvenza per un po’. 



Le mie special 3 della settimana:



















sabato 19 gennaio 2019

Recensione Sex Education



SEX EDUCATION 

Sex Education colpisce nel mirino già a prima vista, non solo perché chi ha ideato la serie sapientemente ha scelto di usare un titolo clickbait che cattura l’occhio e incuriosisce, ma anche perché stravolge le aspettative che crea.
Onestamente non ne avevo mai sentito parlare prima ma, ritrovandomela tra le serie consigliate di Netflix (che ne è appunto produttore), ho pensato potesse essere la cura giusta a queste settimane di pesante sessione invernale e l’ho aggiunta. E non posso essere più che felice di aver avuto ragione.
Sarà una recensione praticamente senza spoiler.

La trama può essere considerata quasi banale a prima vista, e ad alcuni sembrerà di cadere nei soliti stereotipi che spesso rovinano i prodotti dedicati ad un target adolescenziale, ma questa vi stupirà per la sua abilità di rompere i cliché.
Otis Milburn , il protagonista, è un ragazzino di sedici anni, piuttosto secco, timido, impacciato e assolutamente inesperto di relazioni pratiche con il gentil sesso e in singolo, ma, a causa di sua madre, Jean, sessuologa e terapista di coppia, è perfettamente preparato su qualsiasi problema possa ricollegarsi alla sfera sessuale. Eric, è il migliore amico di Otis, gay dichiarato che viene preso in giro a scuola dal bulletto Adam non tanto per il suo essere omosessuale quanto per aver avuto un’erezione in pubblico ad un concerto scolastico, questo gli ha garantito il nomignolo di “trombarzotto”. Adam è il figlio del preside, un uomo burbero e severo che non riconosce al figlio nessun merito, ma che anzi lo appella spesso come “fallito” per via dei suoi risultati scolastici, questo padre così ingombrante sarà il primo  e il più grande dei suoi problemi. Adam è fidanzato con Aimee, ragazza bella e un po’ scema che fa parte del gruppo dei cosiddetti “popolari” senza sentirsene realmente parte, anche perché loro impongono regole assurde a cui lei sottosta senza esitazioni pur non capendone il senso. 

In tutto questo minestrone di ragazzi diversi che sono il cuore pulsante della scuola, spicca la figura di Maeve, coprotagonista e outsiders del gruppo. Potremmo definire il suo come il personaggio ribelle della serie, e possiamo notarlo sia dall’ abbigliamento sia dai tratti caratteriali, è infatti una ragazza che è dovuta crescere da sola e ha affrontato il peso di una famiglia praticamente inesistente. È molto brava a scrivere, ama leggere ed ha sempre un approccio molto pratico nei confronti della realtà che vive.

La Clinica del Sesso “made in Otis” nasce quando quest’ultimo e Maeve si ritrovano a dover rimediare ad un GRANDE problema che affligge Adam e inspiegabilmente riescono a risolverlo usando solo le parole, o meglio, Otis riesce a tranquillizzare Adam parlandogli. Maeve intravede in lui un brillante terapeuta adolescenziale e, dal momento che ha necessità di soldi, decide di proporgli una collaborazione. Così comincia il loro business: a centinaia prendono appuntamento, chi in coppia, chi in singolo, chi solo perché non riesce ad accettare il peso di un rifiuto.
Otis diventa la voce amica che dispensa consigli all’intera scuola pur essendo il primo ad avere quasi una fobia nei confronti delle relazioni intime colpa in parte dei suoi genitori.

Il ruolo degli adulti è marginale sebbene siano molto presenti, vengono presentati nel loro aspetto più completo: da un lato l’estremo del signor Groff, che non riesce a dimostrare nessun sentimento nei confronti del figlio, e questa assenza presente non fa altro che alzare il muro dell’indifferenza tra i due, dall’altro la relazione madre/figlio tra Otis e Jean che non sempre quest’ultima riesce a gestire non distinguendo il confine tra il lavoro e la vita privata di suo figlio. Personaggio interessante è invece il papà di Eric che sta affrontando con lui il percorso dell’accettazione. Con i loro limiti e i loro pregi sono presentati come umani ed è questo che funziona.

Sex Education ha avuto così tanto successo proprio per questo, parla di sesso e di sessualità giovanile con tutti i suoi annessi e connessi senza troppi fronzoli: le cotte, i cuori spezzati, le paure. 
Molti dei ragazzi che si rivolgono a Otis hanno problemi proprio perché non conoscono il loro corpo e non sanno ancora cosa li fa stare bene. Molti altri ancora hanno il “complesso della verginità”, l’ansia di doverla perdere tutti i costi di fretta solo per il gusto di dire “L’ho fatto!” O solo perché pensano di essere indietro rispetto ai compagni.
Le paure di questi ragazzi sono le paure che ognuno di noi ha dovuto affrontare nella propria vita di adolescenti alle prime armi, ci riusciamo ad immaginare nei panni di questi ragazzi. 
Altro aspetto positivo che lo differenzia dai soliti Teen Drama e lo rende molto più realistico è il tempo narrativo in cui si svolgono le vicende: non c’è fretta di mostrare, non c’è fretta di raccontare subito tutto. Le scene vengono da sé come le situazioni. 

Ultima piccola chicca: la storia inizia e finisce più o meno con la stessa scena. Mi piace pensare che  stia a simboleggiare la chiusura di un primo cerchio del percorso di formazione e l’apertura verso qualcosa di altro.



mercoledì 21 novembre 2018

Chi ha paura del lupo cattivo?



"Chi ha paura del lupo cattivo?Nessuno"

Così recitava il mantra che da bambini abbiamo urlato centomila volte prima di correre come impavidi eroi verso il nostro obiettivo.
Ma questa frase vale solo per il gioco, infatti, nella nostra vita di tutti i giorni continuiamo silenziosamente a ripetercela come per auto convincerci che ci sia sempre qualcuno contro cui dobbiamo schierarci per difenderci e di cui non dobbiamo spaventarci. Perché la paura, spesso, ci rende più vivi senza rendercene consapevoli.

Ma perché ci fa così paura il lupo?
Perché ci può mangiare? Perché ha i denti più affilati di noi e corre più veloce? Perché tutti ci hanno detto che ci farà in ogni caso del male? Solo perché è il lupo?

Forse ci fa paura per abitudine, non ci soffermiamo a conoscere se oltre l'aspetto minaccioso possa esserci qualcosa di più. Magari è pure vegetariano e non cerca in tutti i modi di sbranare ogni pecora incontri lungo la strada. Ci sentiamo tutti un po' pecorelle smarrite.
Tutti, anche i lupi. Siamo umani d'altro canto.

Ma il lupo allora chi è davvero?

Forse qualcuno che sentiamo diverso da noi, all'apparenza o nell'ideologia, qualcuno che magari non rispecchia la nostra idea di decoro, qualcuno che pensiamo possa rappresentare un “nemico” in grado in qualche modo di mettere in discussione noi e i nostri pensieri. A volte siamo noi i nostri stessi lupi, non altri.

Il lupo è il cattivo e non ci piace.

Ma se ci trovassimo soli, in una notte di temporale, noi, lupi e pecore, senza poterci vedere, al riparo dentro la stessa grotta, ascoltandoci e basta e rassicurandoci a vicenda per sentirci meno soli sotto la pioggia, rimarremmo sempre convinti di questo? 
Probabilmente no, forse sarebbe persino più semplice confrontarsi, e , perché no, potremmo anche fare amicizia, magari un'amicizia che dura solo per quella notte, ma sarebbe possibile. Potremmo fantasticare un nuovo appuntamento, alla luce del sole, faccia a faccia, senza sapere che, in altre circostanze, non avremmo preso la stessa decisione.
Un appuntamento al buio dove è il buio stesso a diventare il mezzo di comunicazione per scoprirsi e conoscersi.  (In una notte di temporale di Yuichi Kimura)

E allora cosa diventerebbe il lupo? Più simile a me pecora? O io assomiglierei a lui?

Forse non siamo mai stati così diversi, in fondo tutti possiamo essere i lupi di qualcun altro, e per riuscire a capirsi a vicenda, bisogna solo ricordarselo.




venerdì 9 novembre 2018

THE HAUNTING OF HILL HOUSE


HILL HOUSE: quando i fantasmi sono quelli della nostra vita.
Tutti da bambini abbiamo avuto paura del buio, dei mostri, dei fantasmi che ci sembravano abitare la nostra calda e accogliente casa dove di giorno ci sentivamo protetti e al sicuro e di notte vulnerabili e impauriti tanto da confidare nell'unica arma possibile, la coperta fin sopra la testa, per sfuggire ai nostri incubi peggiori.
Ma qualcosa di più spaventoso e reale si muove dietro i muri di Hill House, qualcosa che a distanza di anni non riesce ad andarsene dalla memoria dei suoi protagonisti, qualcosa che è molto più umano di quanto non si voglia pensare.
Steve, Shirley, Nell, Luke e Theo ricordano l'inquieta atmosfera di quella casa immensa, maestosa e imponente avvolta nell'oscuro del bosco, che i loro genitori Hugh e Liv avevano preso in restauro anni prima e in cui loro hanno trascorso parte della loro infanzia e che in ogni caso li ha segnati per sempre. Perchè in quella casa sono successe cose strane, cose che non si possono raccontare tranquillamente, che se vengono dette ti fanno guadagnare la nomea di malato mentale anche se le hai provate sulla tua stessa pelle, cose che adesso, nella loro indipendente vita da adulti che quasi non si interessano più gli uni agli altri, nessuno dei fratelli ha il coraggio di affrontare per paura che esse possano divenire talmente reali da sopraffarli e farli crollare.

Tutti lo sappiamo bene quanto le paure possano spezzarci le gambe, soprattutto se vengono dalla parte più profonda di noi, e spesso la paura più grande è proprio scavare in se stessi e ritrovare esperienze e sentimenti che avremmo voluto seppellire per sempre.
Per questo motivo nessuno dei cinque fratelli ha più rimesso piede a Hill House che viene considerata la principale causa della loro distruzione familiare in quanto la madre vi è sparita nella fatidica “Ultima Notte” e il padre non è più stato in grado, da quel momento in poi, di occuparsi dei figli affidandoli alla zia. Eppure è come se non se ne fossero mai andati del tutto, è come se ci fosse un invisibile filo che li continua ad attirare verso la casa e, inevitabilmente, li sprona a ritrovarsi come persone e come famiglia nonostante le divisioni, gli interessi personali e i dolori li stiano portando a separarsi sempre di più.
Ed è proprio nei momenti peggiori che si riesce a scoprire la parte migliore del proprio essere e si è in grado di andare avanti fronteggiando la paura di rivelare se stessi a se stessi.

Ma Hill House non è solo una casa antica e paurosa da cui stare alla larga il più possibile, è lo scheletro che tutti noi nascondiamo il più a fondo possibile nell'armadio, è la paura più profonda che non riusciamo ad ammettere ad alta voce senza che ci tremino le labbra, è la nostra questione irrisolta che non ci permette di guardare al futuro e di vivere il presente al meglio ma che ci fa schiavi del passato e di quello che siamo stati.